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venerdì 3 luglio 2015

IL POZZO E IL PENDOLO (Racconto di Edgar Allan Poe)

IL POZZO E IL PENDOLO
di Edgar Allan Poe




Impia tortorum longos hic turboa furores
Sanguinis innocui non satiata, aluit.
Sospite nunc patria, fracto nunc funeris antro.
Mors ubi dira fuit, vita salusque patent.
(Distici composti per le porte d’un mercato, il quale doveva sorgere là dove fu il Club dei Giacobini, a Parigi)


Quella lunga agonia mi aveva affranto, ero stremato di forze, e allorché finalmente mi slegarono e potei sedermi, sentii che perdevo i sensi. La terribile sentenza di morte, fu l’ultima frase distintamente pronunciata, che mi colpì gli orecchi. Dopo di ciò, il suono delle voci degli inquisitori mi sembrò che si perdesse nel rumore infinito d’un sogno.
Quel frastuono mi dava allo spirito l’idea d’una rotazione, probabilmente perché nella mia immaginazione associava ad una ruota di mulina. Ma tutto questo durò ben poco; poiché, ad un tratto, non udii più niente. Vidi però per qualche tempo ancora, ma tutto orribilmente esagerato.
Vedevo i giudici tutti vestiti di nero, con le labbra bianche, più candide del foglio sul quale vado tracciando queste parole; e sottili, grottescamente sottili, assottigliate dalla loro intensa espressione di durezza, di risoluzione irrevocabile, di implacabile disprezzo pel dolore umano. Vedevo uscir da quelle labbra i decreti di quello che per me rappresentava il Destino; le vedevo torcersi in una frase di morte. Le vidi muoversi per le sillabe del mio nome e cremai non udendo il suono seguir il movimento; vidi anche, delirante d’orrore, la molle e quasi invisibile ondulazione dei drappi neri che ricoprivano le mure della sala. Allora i miei occhi caddero sui sette grandi candelabri posati sulla tavola: essi dapprima, prendendo l’apparenza della Carità, mi apparvero come angeli bianchi, pronti a salvarmi; ma ad un tratto, la mia anima fu presa da una nausea mortale, ogni fibra del mio corpo tremò, come se avessi toccato il filo di una pila di Volta; le forme angeliche divennero spettri insignificanti, dalla testa di fiamma, e compresi che non potevo da essi sperare soccorso alcuno. E allora nella mia mente penetrò, come una dolce musicale, l’idea del riposo delizioso che ci aspetta nella tomba.