"La Sentinella" è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1948 dallo scrittore inglese Arthur C. Clarke mente della celeberrima saga di "Odissea nello Spazio". Il racconto qui proposto può essere considerato l'embrione del romanzo 2001 Odissea nello Spazio e del film omonimo (sviluppati contemporaneamente e usciti nel 1968).
"La Sentinella" è considerato uno dei testi che ha maggiormente ispirato Stanley Kubrick nelle sue opere.
La prossima volta che vi capiterà di vedere la luna piena, alta, a meridione, osservatene attentamente il contorno sulla destra e lasciate correre l'occhio in su, lungo la curva del disco. A sessanta gradi dalla sommità, noterete un piccolo ovale scuro: chiunque, dotato di vista normale, è in grado di trovarlo facilmente. È la grande pianura circondata da monti,una delle più belle della Luna, conosciuta con il nome di Mare Crisium, il Mare delle Crisi.
Con un diametro di cinquecento chilometri e circondato da un anello di montagne imponenti, non era mai stato esplorato finché non lo raggiungemmo alla fine dell'estate del 1996.
La nostra era una spedizione su vasta scala. Due navi da carico avevano trasportato i rifornimenti e le attrezzature dalla principale base lunare del Mare Serenitatis, lontana ottocento chilometri. C'erano poi tre piccoli razzi che dovevano servire al trasporto su distanze brevi in regioni nelle quali era impossibile servirsi dei veicoli di superficie. Ma, per fortuna, per quasi tutta la sua estensione, il Mare Crisium è pianeggiante. Non ci sono quei grandi crepacci così frequenti e pericolosi altrove, e si incontrano raramente crateri o alture di notevoli dimensioni. Secondo le previsioni, i nostri potenti trattori cingolati non avrebbero avuto difficoltà a portarci ovunque volessimo.
Io ero il geologo - o il selenologo, se si vuole essere pignoli - che comandava il gruppo destinato all'esplorazione della parte meridionale del Mare. Ne avevamo attraversato più di centocinquanta chilometri in una settimana, procedendo ai piedi delle montagne, sulla spiaggia di quello che, milioni di anni fa, era stato un mare vero. Quando la vita si affacciava sulla Terra, quel mare era già moribondo. Le acque si ritiravano dai fianchi di quelle scogliere meravigliose e defluivano nel cuore vuoto della Luna. Sul suolo che percorrevamo, l'oceano senza maree era stato un tempo profondo ottocento metri e ora l'unica traccia di acqua era data dalla brina che si trovava a volte nel cuore di caverne in cui non penetrava mai la bruciante luce del sole.
Eravamo partiti in esplorazione molto presto, nella torpida alba lunare, e disponevamo ancora di quasi tutta una settimana terrestre prima che facesse notte. Varie volte al giorno scendevamo dal nostro trattore, rivestiti dalle tute spaziali, alla ricerca di minerali interessanti, oppure per piantare nel terreno contrassegni utili ai viaggiatori futuri. Si trattava di compiti noiosi, abitudinari. L'esplorazione lunare è del tutto priva di rischio, e anche di emozioni. Potevamo vivere comodamente per un mese nei nostri trattori pressurizzati, e se ci fosse capitato qualche guaio, potevamo sempre chiedere soccorso per radio e starcene seduti ad aspettare che una delle astronavi venisse a prelevarci.
Ho appena finito di dire che non c'era niente di emozionante nell'esplorazione lunare, ma naturalmente non è vero. Non ci si stancava mai della vista di quelle montagne incredibili, tanto più aspre delle dolci alture della Terra. Aggirando i capi e i promontori di quel mare fantasma non si poteva mai sapere quali nuovi splendori sarebbero apparsi ai nostri occhi.
L'intera curva meridionale del Mare Crisium è un ampio delta dove un tempo avevano scavato il loro letto alcuni fiumi, alimentati probabilmente dalle piogge torrenziali che avevano sferzato le montagne durante la breve era vulcanica, quando la Luna era giovane.
Ognuna di quelle antiche valli fluviali era un invito, una sfida a inerpicarsi sulle sconosciute alture sovrastanti. Ma dovevamo percorrere ancora centocinquanta chilometri circa, e dovevamo limitarci a guardare con desiderio le cime che altri avrebbero scalato.
A bordo del trattore seguivamo l'orario terrestre. Ogni sera, alle ventidue esatte, inviavamo l'ultimo messaggio della giornata alla base, e per quel giorno il lavoro era finito. Fuori, le rocce continuavano a bruciare sotto il sole a picco, ma per noi era notte, finché non ci svegliavamo otto ore più tardi. Allora uno di noi preparava la colazione, si levava un gran ronzio di rasoi elettrici, e qualcuno sintonizzava la radio sulle trasmissioni a onde corte della Terra. In effetti, quando il profumo delle salsicce fritte cominciava a invadere la cabina, era difficile credere di non essere già tornati sul nostro vecchio pianeta, tanto ogni cosa pareva normale e casalinga, a parte la sensazione di pesare meno e la lentezza innaturale con cui cadevano gli oggetti.
Era il mio turno di preparare la colazione nell'angolo della cabina principale che serviva come cambusa.