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giovedì 2 luglio 2015

Stella Di Neutroni (Racconto di Larry Niven)

Questo che vi presenterò oggi è un racconti di Larry Niven del 1966 che, l'anno dopo, vinse il famigerato premio Hugo come miglior racconto.

Stella di Neutroni di Larry Niven


I

Lo Skydiver uscì dall’iperspazio a un milione di miglia esatte dalla stella di neutroni. Mi occorse un minuto per orientarmi di nuovo sullo sfondo stellato e un altro per trovare la distorsione cui aveva accennato Sonya Laskin prima di morire. Si trovava sulla mia sinistra, ed era un’area che aveva le dimensioni apparenti della Luna della Terra. Feci virare la nave, per volgerla in quella direzione.
Stelle quagliate, stelle impasticciate, stelle che erano state rimescolate con un cucchiaio.
La stella di neutroni era al centro, naturalmente, sebbene non potessi vederla, e non avessi neppure previsto di poterla vedere. Aveva un diametro di undici miglia soltanto, ed era freddina. Era trascorso un miliardo di anni, da quando la BVS-1 aveva smesso di bruciare del fuoco della fusione. E milioni d’anni, a dir poco, dalle due settimane catastrofiche durante le quali la BVS-1 era stata una stella ai raggi X, e aveva bruciato alla temperatura di cinque miliardi di gradi Kelvin. Adesso risultava solo grazie alla sua massa.
La nave cominciò a rigirarsi da sola. Sentivo la pressione del motore a fusione. Senza collaborazione da parte mia, il mio fedele cane da guardia metallico mi stava inserendo in un’orbita iperbolica che mi avrebbe portato a meno di un miglio dalla superficie della stella di neutroni. Ventiquattro ore per scendere, ventiquattro ore per risalire… e in quell’intervallo, qualcosa avrebbe cercato di uccidermi. Come qualcosa aveva ucciso i Laskin.

mercoledì 10 giugno 2015

ADAMO E NIENTE EVA (Racconto di Alfred Bester)

ADAMO E NIENTE EVA, di Alfred Bester




Crane sapeva che quella doveva essere la costa. L'istinto glielo diceva, ma più che l'istinto, glielo dicevano i pochi frammenti di conoscenza che si tenevano aggrappati al suo cervello sconvolto e febbricitante, le stelle che erano apparse nella notte attraverso i rari squarci delle nubi e la sua bussola che puntava ancora un ago tremante verso nord. Quella era la cosa più strana di tutte, pensò Crane. Malgrado dovunque regnasse il caos, la Terra aveva conservato i suoi poli.
Non c'era più una costa, non c'era più alcun mare. Soltanto la linea appena accennata di quella che era stata una scogliera si stendeva a nord e a sud per interminabili miglia. Una linea di grigie ceneri. Le stesse ceneri e scorie che si stendevano dietro di lui; le stesse ceneri grigie che si stendevano davanti a lui. Il limo sottile, impalpabile, che lo faceva sprofondare fino al ginocchio, sollevandosi turbinando a ogni movimento, soffocandolo. Ceneri che si addensavano in nuvole possenti, correndo per il cielo quando soffiava il vento impazzito. Ceneri che s'impastavano in un fango vischioso quando scrosciavano le frequenti piogge.
Sopra la sua testa il cielo era color ebano. Le nubi nere correvano alte ed erano perforate qua e là da lame di luce solare che sciabolavano rapide sopra la Terra. Là dove la luce batteva sopra una tempesta di cenere, si creava una danza di particelle scintillanti. Là dove attraversava la pioggia, nascevano mille arcobaleni. Cadeva la pioggia; soffiavano tempeste di ceneri; lame di luce penetravano fino al suolo... tutto ciò insieme, o contemporaneamente, un continuo incastro di violenza, bianco e nero. Così era stato per mesi. Così era sopra ogni singolo chilometro quadrato dell'intera Terra.
Crane oltrepassò l'orlo della scogliera calcinata e cominciò a scivolar giù lungo un pendio uniforme che un tempo era stato il letto dell'oceano.
Aveva viaggiato tanto a lungo che era incapace, ormai, di provar dolore. Si fece forza coi gomiti e trascinò il suo corpo in avanti. Poi portò il ginocchio destro sotto di sé e spinse di nuovo in avanti i gomiti. Ginocchio, gomiti, ginocchio, gomiti... aveva dimenticato che cosa significava camminare.

mercoledì 3 giugno 2015

Arthur C. Clarke (#5: I racconti più brevi del mondo)


Arthur Charles Clarke.

Questo racconto brevissimo di Clarke si chiama siseneG. Leggendolo bifronte notiamo a chiare lettere Genesis.

siseneG

And God said: DELETE lines One to Aleph. LOAD. RUN.
And the Universe ceased to exist.
Then he pondered for a few aeons, sighed, and added: ERASE.
It never had to exist.”

E Dio disse: ELIMINA linee da Uno ad Aleph. CARICA. ESEGUI.
E l'Universo cessò di esistere. Poi ci rifletté per alcuni eoni, sospirò, e aggiunse: CANCELLA.

Non è mai esistito.”

lunedì 1 giugno 2015

La Sentinella (Racconto di Arthur C. Clarke)

"La Sentinella" è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1948 dallo scrittore inglese Arthur C. Clarke mente della celeberrima saga di "Odissea nello Spazio". Il racconto qui proposto può essere considerato l'embrione del romanzo 2001 Odissea nello Spazio e del film omonimo (sviluppati contemporaneamente e usciti nel 1968).
"La Sentinella" è considerato uno dei testi che ha maggiormente ispirato Stanley Kubrick nelle sue opere.
LA SENTINELLA

            



La prossima volta che vi capiterà di vedere la luna piena, alta, a meridione, osservatene attentamente il contorno sulla  destra  e lasciate  correre  l'occhio in su, lungo la  curva del disco. A sessanta gradi  dalla sommità,  noterete  un  piccolo  ovale  scuro:  chiunque,  dotato  di vista  normale,  è  in  grado di  trovarlo facilmente. È la grande pianura circondata da monti,una delle più belle della Luna, conosciuta con il nome di Mare Crisium, il Mare delle Crisi. 
Con un diametro di cinquecento chilometri e circondato da un anello di montagne imponenti, non era mai stato esplorato finché non lo raggiungemmo alla fine dell'estate del 1996. 
La nostra era una spedizione su vasta scala. Due navi da carico avevano trasportato i rifornimenti e le attrezzature dalla principale base lunare del Mare Serenitatis, lontana ottocento chilometri. C'erano poi tre piccoli razzi che dovevano servire al trasporto su distanze brevi in regioni nelle quali era impossibile servirsi  dei  veicoli  di  superficie.  Ma,  per fortuna,  per  quasi  tutta  la sua estensione,  il Mare  Crisium  è pianeggiante.  Non  ci  sono  quei  grandi  crepacci  così frequenti e  pericolosi altrove,  e  si  incontrano raramente crateri o alture di notevoli dimensioni. Secondo le previsioni, i nostri potenti trattori cingolati non avrebbero avuto difficoltà a portarci ovunque volessimo. 
Io  ero  il  geologo  -  o  il  selenologo,  se  si  vuole  essere  pignoli  -  che  comandava  il gruppo destinato all'esplorazione  della  parte  meridionale  del  Mare.  Ne  avevamo attraversato  più  di centocinquanta chilometri in una settimana, procedendo ai piedi delle montagne, sulla spiaggia di quello che, milioni di anni fa, era stato un mare vero. Quando la vita si affacciava sulla Terra, quel mare era già moribondo. Le acque si ritiravano dai fianchi di quelle scogliere meravigliose e defluivano nel cuore vuoto della Luna. Sul suolo che percorrevamo, l'oceano senza maree era stato un tempo profondo ottocento metri e ora l'unica  traccia  di acqua era data dalla brina  che si trovava a volte nel cuore di caverne in cui non penetrava mai la bruciante luce del sole. 
Eravamo partiti in esplorazione molto presto, nella torpida alba lunare, e disponevamo ancora di quasi tutta  una  settimana  terrestre  prima  che  facesse  notte.  Varie  volte  al  giorno scendevamo  dal  nostro trattore, rivestiti dalle tute spaziali, alla ricerca di minerali interessanti, oppure per piantare nel terreno contrassegni utili ai viaggiatori futuri. Si trattava di compiti noiosi, abitudinari. L'esplorazione lunare è del tutto priva di rischio, e anche di emozioni. Potevamo vivere comodamente per un mese nei nostri trattori pressurizzati,  e  se  ci  fosse  capitato  qualche guaio,  potevamo  sempre  chiedere  soccorso  per  radio  e starcene seduti ad aspettare che una delle astronavi venisse a prelevarci. 
Ho appena finito di dire che non c'era niente di emozionante nell'esplorazione lunare, ma naturalmente non è vero. Non ci si stancava mai della vista di quelle montagne incredibili, tanto più aspre delle dolci alture della Terra. Aggirando i capi e i promontori di quel mare fantasma non si poteva mai sapere quali nuovi splendori sarebbero apparsi ai nostri occhi. 
L'intera curva meridionale del Mare Crisium è un ampio delta dove un tempo avevano scavato il loro letto alcuni fiumi, alimentati probabilmente dalle piogge torrenziali che avevano sferzato le montagne durante la breve era vulcanica, quando la Luna era giovane. 
Ognuna  di  quelle  antiche  valli  fluviali  era  un  invito,  una  sfida  a  inerpicarsi  sulle sconosciute  alture sovrastanti.  Ma  dovevamo  percorrere  ancora  centocinquanta  chilometri circa,  e  dovevamo limitarci  a guardare con desiderio le cime che altri avrebbero scalato. 
A  bordo  del  trattore  seguivamo  l'orario  terrestre.  Ogni  sera,  alle  ventidue  esatte, inviavamo  l'ultimo messaggio della giornata alla base, e per quel giorno il lavoro era finito. Fuori, le rocce continuavano a bruciare sotto il sole a picco, ma per noi era notte, finché non ci svegliavamo otto ore più tardi. Allora uno di noi preparava la colazione, si levava un gran ronzio di rasoi elettrici, e qualcuno sintonizzava la radio  sulle  trasmissioni  a  onde  corte  della  Terra.  In  effetti,  quando  il  profumo  delle salsicce  fritte cominciava a invadere la cabina, era difficile credere di non essere già tornati sul nostro vecchio pianeta, tanto ogni cosa pareva normale e casalinga, a parte la sensazione di pesare meno e la lentezza innaturale con cui cadevano gli oggetti. 
Era il mio turno di preparare la colazione nell'angolo della cabina principale che serviva come cambusa.

venerdì 4 ottobre 2013

LA STELLA - Arthur C. Clarke

Come promesso, ecco a voi un altro racconto del mitico Clarke. In una parola sola: sublime.


LA STELLA
di Arthur C.Clarke

Siamo a tremila anni luce dal Vaticano, qui. Una volta  credevo che lo spazio non potesse nulla contro la fede, come anche credevo che i cieli proclamassero la gloria dell’opera del Signore. Ora ho visto quest’opera, e la mia fede è orrendamente scossa. Guardo il crocifisso appeso nella mia cabina sopra il Computer Mark VI, e per la prima volta nella vita mi chiedo...Non l’ho ancora detto a nessuno. Ma la verità non si può nascondere. E del resto i fatti sono qui, a disposizione di tutti, registrati nei chilometri e chilometri di nastro magnetico e nelle migliaia di fotografie che stiamo riportando sulla Terra. Per gli altri scienziati non sarà più difficile, interpretarli, di quanto sia stato per me; né io, da parte mia, sarei disposto ad alcuno di quei compromessi con la verità che hanno gettato, in passato, qualche ombra sulla reputazione del mio Ordine. L’equipaggio è già abbastanza depresso. Mi chiedo come accoglierà quest’ultima ironia. Pochi di loro hanno la minima fede religiosa; e tuttavia non si rallegreranno,ne sono sicuro, di potere usare quest’arma finale nella loro polemica con me, una polemica bonaria, cominciata fin dalla nostra partenza dalla Terra. Erano più divertiti che seccati di avere un gesuita come astrofisico di bordo; e tuttavia il dottor Chandler,per esempio (ho notato che gli atei più accaniti s’incontrano spesso tra i medici), non poteva trattenersi dal ritornare continuamente sull’argomento. Spesso lo incontravo sul ponte di osservazione, dove le luci sono sempre abbassate e non attenuano lo splendore degli astri. Si fermava accanto a me, nella semi oscurità, e guardava fuori dai grandi oblò i mondi che ci giravano silenziosamente intorno, mentre la nave avanzava ruotando un poco su se stessa per un residuo di spin che non ci eravamo dati la pena di correggere.


Continua a girare — diceva alla fine, accennando all’universo di là dal cristallo— continuerà sempre, e forse Qualcosa l’ha fatto. Ma come possa lei credere che questo Qualcosa si occupi minimamente di noi e del nostro misero, piccolo mondo,questa è una cosa che non riesco assolutamente a capire.Cominciava sempre così, o pressappoco così, e poi s’andava avanti a discutere,mentre le stelle e le nebula e della Galassia continuavano il loro giro silenzioso.Quanto ai tecnici dell’equipaggio, quello che li divertiva era l’apparente incongruità della mia posizione. Invano avevo accennato, con tutta la modestia possibile, ai miei lavori e alle mie pubblicazioni nel campo dell’astrofisica. Invano avevo ricordato loro che per secoli il mio Ordine s’era illustrato con le sue ricerche scientifiche. Perché oggi siamo rimasti in pochi, è vero, ma i contributi che fin dal XVIII secolo abbiamo dato alla fisica e all’astronomia, restano tra i piu ragguardevoli. Potrà, ora,la mia relazione sulla nebula Phoenix mettere fine ai nostri mille anni di storia? Potrà, temo, mettere fine a molto più di questo.Non so chi abbia dato a questa nebula il suo nome, che  mi sembra scelto assai male. Se contiene una profezia, è una profezia che potrà essere controllata solo tra miliardi di anni. Lo stesso termine,nebula,in questo caso, non è molto adatto:l’oggetto in questione è molto più ridotto di quegli stupendi ammassi di nebbie (la materia prima delle stelle che nasceranno) sparse in tutta la Via Lattea. Su scala cosmica, in verità, la nebula Phoenix è una piccolissima cosa: un tenue involucro di gas, intorno a un’unica stella.O meglio: intorno a quanto è rimasto, d’una stella.Il ritratto del nostro santo fondatore, Ignazio di Loyola, sembra guardarmi con ironia dalla parete di fronte, sopra lo scaffale delle lastre spettrografiche. Che cosa ne avrebbe fatto, lui, di questi dati che sono venuti in nostro possesso quaggiù, così lontano dal piccolo mondo che era per lui tutto l’universo? La sua fede avrebbe resistito meglio della mia, a questa sfida?Il suo sguardo mi sfiora e sembra perdersi in lontananza. Ma io ho viaggiato in lontananze più grandi di quelle che lui potesse neppure immaginare, mille anni fa,quando fondò l’Ordine. E anche oggi, nessuna nave da ricognizione s’era mai spintacosì lontano dalla Terra: stiamo tornando dalle ultime frontiere dell’universo esplorato. Eravamo partiti per raggiungere la nebula Phoenix, l’abbiamo raggiunta, e ne torniamo col nostro fardello di conoscenze. Ah, se il santo personaggio che miguarda dalla parete potesse liberarmi da questo fardello!Ma inutilmente invocherei il suo nome, attraverso tutti i secoli e gli anni luce che mi separano da lui. Nel libro che tiene tra le mani, si legge:AD MAIOREM DEI GLORIAM. Che cosa penserebbe, ora, di queste parole? Potrebbe ripeterle, sapendo ciò che ho visto io?
Noi sapevamo già, naturalmente, che cosa fosse la nebula Phoenix. Ogni anno,nella nostra sola Galassia, esplodono un centinaio di stelle, brillando per qualche ora o per qualche giorno con un’intensità migliaia di volte superiore alla normale, prima di piombare in un’oscura morte. Queste sono le nova e ordinarie, disastri abituali nell’universo, e io stesso ne ho studiate a dozzine, raccogliendo gli spettrogrammi e le curve di luce, da quando lavoro all’osservatorio lunare.Ma, tre o quattro volte ogni mille anni, accade qualcosa di fronte a cui perfino una nova impallidisce, fino ad apparire totalmente insignificante.Quando una stella diventa una supernova,la sua luce può aumentare fino a raggiungere, in poche ore, quella di tutti gli altri soli della Galassia messi insieme. Gli astronomi cinesi ne osservarono una, senza capire che cosa fosse, nel 1054 d.C.,e cinque secoli dopo, nel 1572 una supernova brillò così intensamente nella costellazione di Cassiopea da restare visibile in pieno giorno. Ce ne sono state altre tre, nei mille anni che sono passati da allora.
La nostra spedizione aveva lo scopo di visitare i resti di quell’immane catastrofe,di ricostruire gli eventi che l’avevano preceduta e, se possibile, di scoprirne la causa.Ci avvicinammo lentamente, attraverso strati concentrici di gas esplosi sei mila anni fa, e che ancora continuavano a espandersi. Erano gas immensamente caldi,ancora radianti di un’intensa luce violetta, ma troppo rarefatti per nuocerci. Quando la stella era esplosa, i suoi strati esterni erano partiti a una tale velocità da sfuggire completamente al suo campo gravitazionale. Ora formavano come un immenso involucro vuoto, grande abbastanza da contenere un migliaio di sistemi solari, e al cui centro brillava quel minuscolo, fantastico oggetto che la stella era diventata: una nana bianca,più piccola della Terra,e tuttavia un milione di volte più pesante.Gli strati luminosi di gas ci circondavano da ogni parte, sopprimendo la normale oscurità degli spazi interstellari. Volavamo verso il centro d’una bomba cosmica scoppiata migliaia di anni prima, e le cui ondate di frammenti incandescenti stavano ancora allargandosi. L’immensa scala dell’esplosione, e il fatto che i suoi residui già coprissero un raggio di miliardi di chilometri, facevano sì che la scena sembrasse immobile. Ci sarebbero voluti decenni per poter distinguere, senza strumenti, il minimo movimento in quelle tormentate volute e turbini di gas. Tuttavia, il senso dell’esplosione era acutissimo.Avevamo ridotto la velocità parecchie ore prima, e adesso andavamo lentamente accostando verso la piccola stella che brillava al centro di quell’inferno. Una volta era stata un sole come il nostro; ma aveva dissipato in poche ore tanta energia, quanta gliene sarebbe bastata per un milione di anni. Ora, rattrappita e scempia, andava economizzando le sue ultime risorse come per fare ammenda della passata prodigalità.
Nessuno s’aspettava di trovare pianeti. Se una volta ce n’erano stati, l’esplosione doveva averli fusi, trasformati in gas, travolti in una sola, colossale rovina. Tuttavia procedemmo alla solita ricerca per mezzo degli strumenti, come sempre facciamo avvicinandoci a un sole nuovo; ed ecco, trovammo un unico, piccolo pianeta che continuava regolarmente il suo giro, a un’immensa distanza dalla stella. Doveva essere stato il Plutone di quello scomparso sistema solare, in orbita alle frontiere della notte. Troppo lontano dal sole centrale per aver mai conosciuto alcuna forma di vita,la sua stessa lontananza l’aveva salvato dalla catastrofe che aveva distrutto i pianeti suoi compagni.Il divampare del cosmico incendio aveva fuso la superficie delle sue rocce, e bruciato via la coltre di gas raggelati che aveva dovuto coprirlo fino al giorno del disastro. Ci accostammo, atterrammo, e trovammo la cripta. I suoi costruttori avevano fatto in modo che la trovassimo subito. L’enorme pilone che segnava il suo ingresso era ridotto a un mozzicone vetrificato, ma già dalle prime fotografie, prese a grande distanza, avevamo potuto riconoscerlo per quello che era: un segnale lasciato lì da qualcuno. Poco più tardi scoprimmo, stampato nella roccia, un tracciato radioattivo che da tutti gli angoli del pianeta convergeva verso quello stesso punto. Se anche il pilone sulla cripta fosse andato distrutto, quest’altro segnale sarebbe rimasto: come una torcia inestinguibile, che avrebbe continuato nei secoli dei secoli a trasmettere il suo messaggio alle stelle. La nostra nave scese verso quel faro,come una freccia contro il suo bersaglio.
Il pilone doveva aver misurato circa un chilometro e mezzo d’altezza, quando era stato costruito, ma ora appariva come una candela mezzo consumata, mezzo sepolta dalle smoccolature. Noi eravamo astronomi, non archeologi, e gli strumenti di cui disponevamo non erano i più adatti per scavare nella roccia vetrificata alla base del pilone. Tuttavia, con mezzi di fortuna, ci mettemmo al lavoro. Lo scopo originario della nostra missione era ormai dimenticato: quel monumento solitario, innalzato con tanta pena alla più grande distanza possibile dal sole condannato, poteva significare una sola cosa. Una civiltà che sapeva di dover morire dopo poco, aveva dedicato l’ultima fatica a eternare la propria memoria. In una settimana raggiungemmo l’ingresso della cripta. Ma ci vorranno generazioni per esaminare a fondo i tesori che contiene. I suoi costruttori avevano avuto tutto il tempo di prepararsi, perché il loro sole, evidentemente, aveva cominciato già da molti anni a dare segni premonitori. Ogni cosa che vollero salvare,essi la portarono in quel mondo lontano negli anni che precedettero la catastrofe, sperando che un giorno qualcuno avrebbe scoperto la cripta, e che la memoria della loro specie non si sarebbe cancellata dall’universo. Avremmo saputo far questo, noi, o saremmo caduti in una disperazione così estrema, da disinteressarci del tutto di un futuro che nessuno della nostra specie avrebbe potuto condividere? Se soltanto avessero avuto qualche secolo, forse solo qualche decennio in più!Sapevano già navigare, infatti, tra i pianeti del loro sole; ma non avevano appreso a traversare gli abissi interstellari: e il sistema solare più vicino distava dal loro un centinaio d’anni luce. Tuttavia, anche con astronavi a propulsione transfinita, soltanto pochi di loro sarebbero riusciti a salvarsi. Forse, dunque, è stato meglio così.
Le loro sculture ce li mostrano straordinariamente somiglianti a noi. Ma anche se non lo fossero stati, non potremmo fare a meno di ammirarli e di compiangerli. Hanno lasciato migliaia di registrazioni visive, come pure gli apparecchi per proiettarle ed elaborate istruzioni pittografiche che ci permetteranno di decifrare le loro lingue scritte. Abbiamo già esaminato molte di queste registrazioni, e riportato alla vita, per la prima volta dopo sei mila anni, il calore e la bellezza d’una civiltà che per molti aspetti dev’essere stata superiore alla nostra. Se poi, di se stessi, ci avessero mostrato soltanto il meglio, chi potrà biasimarli per questo? Il loro mondo era straordinariamente amabile, e le loro città costruite con una grazia sconosciuta alla maggior parte delle nostre. Li abbiamo visti lavorare e giocare, abbiamo ascoltato il loro armonioso linguaggio risuonare per noi attraverso i millenni. Una scena è ancora davanti ai miei occhi: quella di un gruppo di bambini, su una spiaggia dalla strana sabbia azzurra, che giocano allo stesso modo dei nostri. Curiosi alberi dai tronchi sottili s’allineano lungo la riva; nell’acqua, tra i bambini che giocano, grandi animali nuotano tranquilli; e all’orizzonte, tra poche nuvole, scende tiepido e benigno il sole che tra poco li tradirà, distruggendo tutta questa felicità innocente.Forse, se non fossimo stati così lontani dalla Terra e così vulnerabili in quella solitudine, non saremmo rimasti tanto profondamente sconvolti. Molti di noi avevano già visto le rovine di antiche civiltà su altri mondi, ma senza commuoversi allo stesso modo. Questa tragedia, qui, era unica. Perché una specie può declinare e morire, come già è avvenuto di tanti popoli sulla Terra; ma essere annientati di colpo, nel pieno fiore d’una civiltà appena costruita, senza lasciare neppure un superstite: come conciliare una cosa simile con la misericordia di Dio?È questa la domanda che mi hanno rivolto i miei compagni di spedizione, e io ho risposto come ho potuto. Forse il nostro fondatore avrebbe saputo rispondere meglio; ma io non trovo nulla, negli Exercitia Spiritualia, che mi aiuti su questo punto. Gli abitanti di quel mondo distrutto non erano malvagi: io non so quali dèi venerassero, e neppure se ne venerassero alcuno; ma ho visto tornare alla fredda luce del loro sole mummificato, attraverso i millenni, i tesori che con devota abnegazione dedicarono alle altre specie, quando seppero che la loro era condannata. Avrebbero potuto insegnarci tanto di più: perché furono distrutti? Io so già quello che i miei compagni potranno rispondere. “L’universo” diranno“non ha piano né scopo, e poiché cento soli ogni anno esplodono nella nostra sola Galassia, in questo stesso momento qualche specie sta morendo nelle profondità dello spazio; e che fosse una specie buona o cattiva, non farà nessuna differenza alla fine. Non c’è infatti giustizia divina, perché non c’è Dio.”
Naturalmente, invece, quello che abbiamo visto non prova nulla del genere. Chiunque così si fa guidare dal sentimento, non dalla logica. Dio non ha bisogno di giustificare le sue azioni di fronte all’uomo. Lui, che ha creato l’universo, può scegliere di distruggerlo quando voglia, e sarebbe da parte nostra presuntuosa arroganza, sarebbe addirittura bestemmia, giudicare ciò che possa o non possa fare. Una simile distruzione totale, dai moventi imperscrutabili, io potrei dunque accettarla, malgrado ogni sgomento di sapere interi popoli, interi mondi, gettati così nella fornace. Ma c’è un punto in cui anche la fede più profonda è destinata a venir meno, e a questo punto, mentre guardo le note e i calcoli che sono sul tavolo di fronte a me, io so ormai d’essere arrivato. Noi non sapevamo di preciso, prima di raggiungere la nebula, quando fosse avvenuta l’esplosione. Ora, in base ai dati astronomici e all’esame delle rocce di quell’unico pianeta rimasto, ho potuto calcolarne la data con esattezza. So ora in che anno la luce di quella colossale conflagrazione raggiunse la Terra. So con quanta intensità brillò una volta, nei nostri cieli, la supernova il cui cadavere stiamo lasciandoci alle spalle. E so come abbia dovuto fiammeggiare bassa verso est prima della levata del sole, in quell’alba orientale. Non possono esserci dubbi. L’antico mistero è ora risolto. Ma di miriadi d’altre stelle, o Signore, avresti potuto servirti. Che cosa t’indusse a gettare nel fuoco quel mondo, perché il simbolo del suo trapasso brillasse su Betlemme?