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venerdì 23 dicembre 2016

Tra qui e il mar giallo di Nic Pizzolatto

Tra qui e il Mar Giallo


Interstatale 10, dopo mezzanotte, diretti a ovest. El Paso, ora. Il coach Duprene dice di poter guidare fino al mattino. Scivoliamo in avanti su un asfalto vuoto, ma io sto guardando Amanda, raffigurandone l’aspetto dei tempi del liceo: col seno piccolo in un’uniforme da cheerleader, capelli castano ramato, occhi verdi, lentiggini spolverate sul naso. La steppa lascia il posto al deserto, con colori viola e arancione appena percettibili, allucinati. E una tale immensità notturna su una terra piatta e monotona mi fa capire perché certe persone possano aver paura degli spazi aperti.
«Lo vedi?» chiede il coach.
«Cosa?»
Usa una bottiglia di Jose Cuervo per tracciare un arco sul parabrezza. «Tutte le stelle sono sparite. S’è fatto buio pesto».
Mi sporgo dal finestrino, nell’aria esplosiva, e lui ha ragione. Attorno a noi non c’è altro che oscurità e, sebbene il cielo sia invisibile, so che sta per arrivare un temporale. «Sta per piovere».
Mi passa la tequila. «Come fai a saperlo?»
Picchietto la cicatrice sotto il mento. «Mascella rotta».
Il metallo nella mandibola inferiore si contrae, cosa che succede solo quando l’aria è satura di elettricità. Ho una X di acciaio cucita nella mandibola perché quando avevo quattordici anni, convinto delle mie potenzialità, cercai di entrare nella squadra di football. Fu sette anni fa. Il coach, allora, era ancora il coach dei Port Arthur Toreadors. Non avevo mai fatto nel passato delle audizioni, ma sono andato a molte partite. Io ero il ragazzo seduto tranquillo, che si intravedeva tra i padri urlanti, e che stava di fronte al campo per guardare le cheerleader in rosso e blu che saltavano e battevano le mani. La mia cheerleader preferita era la figlia del coach Duprene, Amanda. Dalla pelle di miele. I suoi occhi si chiudevano quando sorrideva. Il tipo di cheerleader che prestava attenzione, anzi si preoccupava del punteggio. Seguiva la partita mentre il resto della squadra agitava i capelli o discuteva di cosa indossare per la festa seguente.
«L’hai detto», dice il coach, e io mi chiedo se non stessi pensando ad alta voce. Lui annuisce al parabrezza schizzato dalla pioggia. Sono abituato a pensare ad alta voce, soprattutto quando mi sposto col furgone. In questo periodo, lavoro ancora per la Lone Star Environmental, a Port Arthur, e i miei giorni trascorrono guidando per le strade con una lavagna, annotando i livelli di fosforo e ammoniaca negli spartiacque, assicurandomi che i contadini non vadano a spargere la merda delle galline sui loro campi. La sera mi si può beccare al Petro Bowl o da Chili, mentre cerco di offrire da bere a maestre delle elementari e segretarie, ma a lavoro guido da solo, dalle cinque alle sette ore, e in quei giorni tendo a narrare i miei pensieri, trasformando le mie osservazioni in racconti. Rilke scrisse «Ama la tua solitudine, per la solitudine è difficile». Ricordo a me stesso di non pensare ad alta voce.
La pioggia diventa più intensa, e prima di raggiungere Las Cruces un torrente straripa, nascondendo la strada sotto una coltre d’acqua. Il metallo si contorce nell’osso della mandibola. I tergicristalli non fanno granché, e il coach accosta, strizzando gli occhi. Prende una pillola da una bottiglietta di plastica marrone.
«È abbastanza tardi». Manda giù la pillola. Ci stendiamo sui sedili, mentre la pioggia martella. Si accascia contro il finestrino e si tira giù il cappellino da baseball. Il coach non è più un coach, ma riceve comunque uno stipendio generoso dalla Port Arthur High, e mantiene il titolo onorario di coordinatore sportivo, che è quello che si ottiene nel Texas orientale con otto vittorie del campionato di distretto e tre titoli a livello nazionale. Lo guardo respirare, rilassato, mentre la pioggia fa sembrare i finestrini dei torrenti, e cerco di collegare l’uomo che dorme così tranquillamente al mio fianco con l’uomo che conoscevo un tempo, il furioso comandante dal viso granitico sugli scalini dell’atrio, sui bordi del campo. Cerco di capire come abbia fatto ad arrivare a questo punto. Lo faccio perché, in questo periodo, una delle mie principali abitudini è quella di cercare collegamenti causali, scovare delle storie, e passo un sacco di tempo a combinarle col passato, come se le risposte fossero lì. Sono in un periodo in cui mi muovo in tondo, e in cui do per buone le parole dei poeti e degli uomini famosi. Ho finito il liceo da quattro anni, vivo nella casa che mia nonna mi ha lasciato e fino a quando il coach e io a un certo punto non raggiungeremo Los Angeles, non smetterò di cercare risposte.
La mia guancia riposa contro il finestrino, perché è freddo, e allevia il pulsare della mia mascella. Il coach comincia a russare.
Ero lì il giorno in cui lei andò via. Tagliavo i prati all’epoca, e la domenica lavoravo nel giardino accanto alla casa del coach Duprene. Una Chevrolet Blezer rossa parcheggiata sul loro vialetto di casa. In quel pick-up c’erano quattro ragazzi della scuola che conoscevo. Il cassone finì con l’abbassarsi per via di scatoloni e borse, e una tavola da surf. Il liceo era finito, e loro si stavano tutti trasferendo in California. Il coach Duprene stava a osservare dal portico, e non salutò con la mano quando il pick-up scivolò via.
Qualcuno, ora possiamo dirlo, avrebbe dovuto fermare quella Chevrolet. Non è un segreto. Lei gira dei film sotto il nome di Mandy LeRock. Ne ho visto solo uno.
Lampi di luce sulla pianura illuminano il mio riflesso sul finestrino piovoso, e mi rendo conto che non sto raccontando tutta la storia. Ci sono due storie qui. Nella prima ci sono io seduto accanto al coach Duprene nel suo pick-up. Stiamo guidando verso Los Angeles per rapire sua figlia.
Nella seconda storia, il riflesso sul vetro, sono un adolescente di nome Bobby che vive con due donne di generazioni diverse, una madre e sua madre, in una vuota landa di pascoli. Quel ragazzo dorme in una stanza senza aria condizionata e taglia i prati per avere una paghetta. È uno studente e un atleta, ma segue solo le lezioni. I suoi voti sono buoni e, nel suo taccuino, disegna sempre lo stesso disegno da ogni prospettiva: un cacciatorpediniere della marina militare mentre subisce il contrattacco a largo della costa del Vietnam del Sud.
Ciò che unisce le storie, il loro collegamento causale, è Amanda Duprene. Eravamo compagni di laboratorio al primo anno. L’ora di biologia è dopo pranzo. Non posso reggere gli esercizi di dissezione, così Amanda si occupa del taglio. Trovo rifugio dall’ammoniaca e dalla formaldeide nel profumo dei suoi capelli e del suo corpo: shampoo, creme, sudore. Il venerdì indossa la sua uniforme da cheerleader. Gran parte di questi lunghi giorni sono alleviati dalla vista del sole che si muove sulla parte posteriore delle gambe di Amanda, da l’una fino alle due del pomeriggio. Questa è la ragazza che sto cercando.
Dopo si verificherà una seconda ricerca.
Sarà compiuta una volta tornati a casa, tramite un’agenzia investigativa di Huston la cui specialità è rintracciare la gente. Si chiama Reunions, Inc.; mi costa 300 dollari e si prende due mesi per dare risultati. Il loro rapporto mi viene inviato via posta in una busta da lettera bianca con stampato sopra il logo della compagnia: due palmi che sorreggono tre persone che si tengono per mano sotto un sole giallo scintillante.
Per ora, dunque, fuori da Las Cruces, sembra che siamo parcheggiati sotto una cascata. Il coach russa. Avrei dovuto portare qualcosa da leggere. Questo è l’accogliente e familiare isolamento che provo a lavoro, quando mangio il mio pranzo nella cabina di un furgone, e leggo, diciamo, un libro di Saint-Exupéry sui piloti nel deserto. Dopo guido il furgone della compagnia per strade sporche che si allungano per miglia e miglia senza incontrare un’abitazione, nebbiosi campi di sparti dorati e grano maturo che si estendono fino all’orizzonte; controllando nelle falde acquifere i picchi di ammoniaca e la fioritura di alghe; girandomi verso il posto vacante accanto al mio a raccontare storie.
La campagna s’increspa con colori incandescenti. Le superfici danno l’impressione di esser state ripulite con degli esplosivi. Ci siamo dati una rinfrescata in un’area di sosta per camion a Tucson, e sto classificando le cose che vedo grazie alle brochure che abbiamo preso lì. Cactus cholla e piante grasse del deserto. Artemisie. Atreplici. Tutte le nuvole sono accatastate su una cima in particolare delle montagne della contea di Manicopa, come un ritratto di un vulcano. A Theba decidiamo di pescare la nostra cena. È pomeriggio inoltrato; una sottile diramazione del fiume Gila divide un campo di alte sterpaglie.
Il coach incomincia a immergersi in una pila di incerata e arnesi nel retro del suo pick-up. «Sai fare un lancio a bobina aperta?» mi chiede.
«No. Non so niente di pesca».
«Davvero?».
«No».
«Bene. Cosa sai?».
«Niente».
«Credo di avere una bobina chiusa qui. Come è possibile che tu sia cresciuto a Port Arthur senza imparare a pescare?»
Sollevo le spalle e lascio che il coach scuota la testa mentre scava in cerca di una canna da pesca. Come dovrei rispondergli? Dovrei raccontargli delle storie su cosa significa crescere ascoltando i ragazzi che raccontano storie di pesca? I termini che usavano erano per me come segrete parole d’ordine: i leader, lo streamer, lo spinning. L’erba è alta e soffice. Il torrente fa un rumore acquoso e raccoglie la luce.
Il coach trova una canna da pesca e dice «Preparerò la lenza per te».
Mi mostra come applicare un peso fatto di pietra. Mi spiega il miglior modo per mettere una salamandra brillante ed elastica sull’amo. Il lancio col mulinello rotante è semplice. Do uno scatto col polso e la salamandra vola, tracciando un filamento luccicante. Ed eccoci qui, il coach Andre Duprene e Robert Corresi che pescano – illegalmente, credo – tra gli alberi di Yucca e pietre colorate. Guardo i polsi dell’allenatore, il modo con cui le sue mani richiamano la lenza non appena è stata lanciata, e imito i suoi movimenti.
Qualsiasi coach dirà che l’imitazione e la ripetizione sono delle tecniche di apprendimento fondamentali. Ma cosa potresti imitare se fossi un ragazzo che per diciassette anni si è svegliato in stanze soffocate da profumi e cipria? Diciamo, per esempio, ogni volta che i tuoi vestiti venivano stesi su un filo, erano attorniati da reggiseni e mutandine rigonfie – quelle di tua madre, striminzite e di pizzo; quelle della nonna allargate e grandi quanto vele. Diciamo che certe cose erano sempre alla periferia dei tuoi sensi: l’odore di calze da donna bagnate, il rosso dei rossetti, le confezioni dei tamponi. Ti sei scottato un’infinità di volte su arricciacapelli dimenticati in giro.
Un sacco di volte eri nervoso e non sapevi perché. L’ora di biologia è il momento più importante dei tuoi giorni. Ore ad aspettare l’autobus dopo la scuola, le cheerleader a guardare gli atleti, quei bei fusti pieni di grazia nei movimenti in campi bruciati dal sole.
Nella primavera dei tuoi 14 anni, due settimane dopo aver letto In our time, fai un’audizione per la squadra di football, e Eric Dempsey ti rompe la mandibola. L’autunno seguente, la mamma di Amanda muore.
Sono così perso in queste fantasticherie che la canna quasi mi schizza dalla mano. «Ehi, Ehi», dico, e l’allenatore mi dice di sollevare, tirare la canna e riavvolgere la bobina. La lenza lampeggia, muove l’acqua, si ferma. Si allenta e risale, e la salamandra è stata strappata via. Il coach tiene su l’amo.
«Ha una cosa che ti appartiene. Quando senti strattonare, tira, fai in modo che abbocchi all’amo. Dopo lavoratelo un po’. Lascialo divincolarsi, e fai in modo che l’amo scavi fino in fondo». Il coach mette un’altra salamandra sull’amo e ritorna al suo posto, circa 50 piedi più in là. Quello strattone alla lenza mi rallegra. Per il resto della sera tengo la canna tra le mani, sorridendo come un idiota. Il coach prende due trote, io ne perdo altre due.
Le cuciniamo su un fuoco che il coach ha acceso in una radura. Trova delle salse piccanti sotto alcuni vestiti nel suo pick-up. Il sole è quasi sparito. Ora sono le nove. Sfumature di blu.
«Ha un buon odore» dico.
«Sono buone». L’allenatore ha un’altra pinta di Jose Cuervo. Il pesce scoppietta e crepita. «Bene», dice, «credo sia meglio mettere le cose in chiaro su come abbiamo intenzione di farlo».
Annuisco. Il fuoco rende i nostri visi arancioni e tremolanti.
Ci salta in mente di individuare l’indirizzo preso dalla videocassetta che posseggo. L’indirizzo appartiene all’American XXXtasy, la produzione dei film di Amanda. Incominciamo da lì. Trovarla. Il coach ha rubato il cloroformio dal laboratorio di chimica. Dopo, dice, assumerà qualcuno per la deprogrammazione. A quanto pare, negli anni ‘70 si è dovuto deprogrammare molte persone, e il coach ripone molta fiducia in questa idea.
Ci sediamo intorno al fuoco che si affievolisce, dividendoci la seconda pinta di Jose Cuervo della notte. Non sono abituato a bere roba forte. Di solito si tratta solo di una Heineken, mentre cerco di parlare con le segretarie al Petro Bowl, tra il martellante fracasso dei birilli. «Da dove continuano a venir fuori queste bottiglie?»
«Sono andato a comprarle prima di partire». Si accende una sigaretta. Il coach indossa dei buoni stivali da cowboy, in pelle d’anguilla bordeaux, e una camicia di jeans che aveva da quando era più magro. Ha conservato una testa piena di capelli rossicci e grigi, ancora tenuti nel suo taglio militare. Mi passa la bottiglia. «Mi hai detto che tuo padre era un militare?»
«Della marina», tracanno la tequila.
«Ero un pilota di jet, sai».
«Lo so».
Fa un lungo tiro alla sigaretta. «E cosa gli è successo?»
«L’USS Mullinix. Si è beccato il contrattacco mentre ricatturavano Quang Tri. Mio padre era sottoufficiale. Non l’ho mai conosciuto». Questa è la storia a cui ho creduto per gran parte della mia vita, e mi sento ancora a mio agio nel raccontarla. «Travis Corresi era uno dei cinque uomini dispersi».
«Maledizione», dice l’allenatore con malinconia, sollevando la bottiglia.
Solo cinque mesi fa, morendo di cancro al pancreas, mia nonna mi ha detto che Travis Corresi non ha mai servito sull’USS Mullinix. Era solo un marinaio mercantile fermatosi a Port Arthur per una settimana nel 1973, quando mia madre aveva quindici anni. Sono usciti insieme solo una volta.
Il coach cicca la cenere nel fuoco. I suoi occhi brillano tra una ragnatela di rughe, e io riesco a immaginare un evento per ogni linea disegnata: volare in Vietnam, allenare i Port Arthur Toreadors per quindici anni, perdere una moglie di nome Marguerite di encefalite, perdere nello stato della California l’unica figlia. La pelle attorno ai suoi occhi è un catalogo di delusioni cesellate nella pelle. Prende il Vicodin ogni due ore. Penso che le cose sarebbero state meglio per lui se avesse avuto un figlio.
Cambiamo discorso per parlare del giorno in cui mi sono rotto la mandibola.
«Me lo ricordo», dice. «Eri tu?», fa un gran sorriso. «Accidenti ragazzo, Dempsey ti ha sistemato bene, eh?»
Riporto la conversazione su Amanda. Incominciamo a bere più velocemente.
La sigaretta trema tra le sue labbra. «Sai, Aveva in sé della gioia pura. Maggie diceva» – fa un lungo tiro ed espira – «quella è una ragazza felice».
Annuisco. «Era sempre allegra».
«Beh». Corruga il viso. «Ma aveva un carattere. Le cose dovevano andare per forza così». Il coach fa un gesto affettato con le dita. Il nostro fuoco arde sotto le ceneri, il bagliore rosso sta morendo. Rimaniamo in silenzio finché non butta fuori il fumo e parla espirando con evidente sforzo. «Non verremo condannati da nessun tribunale».
«Assolutamente». Ricordo di aver detto la stessa cosa due notti fa, durante la conversazione da cui tutto questo ha avuto inizio. Stavamo entrambi bevendo da soli al Petro Bowl, e ho visto un ragazzo alto con una giacca da baseball lasciare un gruppo di adolescenti e avvicinarsi al coach alla fine del bar. Quei ragazzini sghignazzavano mentre guardavano il loro amico porre una domanda al coach. Il coach ha preso per la gola il ragazzo e l’ha lanciato su un tavolo. Ho tirato via il coach, e lui ha continuato a divincolarsi nella mia stretta finché non gli ho detto in un orecchio «Coach, coach. Anche io l’amavo» Abbiamo finito col prendere una bottiglia e sederci nel suo pick-up, a ricordarla ad alta voce.
La testa del coach si abbassa. Le sue mani gli cadono sulla pancia e sospira. «Quando hai detto che siete usciti insieme?»
«Non siamo usciti. Eravamo solo amici»
Annuisce e si solleva mantenendosi su un copertone. Apre il portellone posteriore e sale nel cassone; il metallo cigola, e il resto della roba sferraglia. Grida, «ehi – è lo stesso un rapimento anche se non si chiede un riscatto?»
«Sì»
Ancora sferragliamenti, e, dopo, il fisso raspare di quando russa. Mescolo le braci con un legnetto. Voglio credere che stiamo facendo la cosa giusta – che quella ragazza là a ovest sia la stessa che ho conosciuto al liceo, e tutto ciò di cui lei ha bisogno è ricordare chi sia. Rilke ha detto di «innalzare le sensazioni sommerse dell’ampio passato», ma dopo comprenderò che questo è un consiglio elusivo, perché la memoria non è interpretativa. Dopo mi renderò conto del fatto che le aree di sinapsi in cui risiede il ricordo sono le stesse in cui risiedono brama e desiderio, e a volte la memoria è solo un veicolo per questi due.
Ma persino ora, accanto alla brace del nostro fuoco che si smorza, non credo nelle mie motivazioni. Questo è uno dei miei tratti fondamentali, e quasi affonda le sue radici nella mia mascella rotta – il piccolo pezzo di metallo che attraversa il mio mento mi ricorda che ciò che voglio e ciò che sono autorizzato a fare sono generalmente due cose separate. Per comprende quello che intendo, bisogna immaginarmi a quattordici anni: uno e settanta di altezza, 58 chili, in una imbottitura per le spalle troppo larga e un caschetto che potevo rimuovere senza doverlo aprire.
Il sole di aprile soffoca il campo. Le cheerleader siedono sugli spalti, a giudicare il mondo e nascondere sigarette. Mastico il mio paradenti compulsivamente. Ho passato molto tempo a leggere di Nick Adam, dell’andare in guerra, dell’essere sparato. Incontro sguardi di derisione, che sanno della mia etica, che immaginano teorie riguardo al dolore e all’onore. Quando ci muoviamo per fare una difesa a campo libero, sono il primo volontario.
Il coach Duprene mi mette contro Eric Dempsey, un ragazzo dell’ultimo anno, alto più di uno e ottanta, che è della seconda linea difensiva. È abbastanza crudele. Ma in quel momento, penso «Mi sta prendendo sul serio. Mi sta dando una possibilità».
Quando il fischietto squilla, il coach lancia la palla a Eric. Non esito. Tengo il baricentro basso e allungo la schiena affondando la testa nelle spalle e guardando in alto. Non lo schivo e non punto alle sue ginocchia.
Una ventata improvvisa, e in realtà sento di essermi spezzato. Dolore rosso, agghiacciante. Mi rotolo per terra, il sole mi pugnala gli occhi, l’erba in bocca, gusto di rame caldo, sporco. Prima di spegnermi, do un’occhiata alle ragazze sugli spalti, piccoli punti di colore tutti su una riga.
Così, a 21 anni, credo che la lezione di vita più importante sia che bisogna ridurre i desideri, o questi potrebbero infiammarsi fino a far rompere una mascella. Quella croce di sutura in metallo ha tinto le mie aspettative di paura. I miei occhi guizzano nell’oscurità. Un tronco, una luna, il rumore del vento sulle rocce. Il coach sonnecchia. Suoni immaginati echeggiano nelle mie orecchie: il clangore dei birilli da bowling che cadono, l’artiglieria che scoppia sulla prua di un cacciatorpediniere. La mia mascella dorme. Niente pioggia.
I pali del telefono sembrano croci nel sole. Un grande cartello verde dice BENVENUTI IN CALIFORNIA. La testa dell’allenatore si piega e si rialza. Penso stia prendendo più Vicodin.
«È la prima volta che mi spingo così tanto a ovest» dico.
Il coach guarda la strada in silenzio e con gli occhi annebbiati. Giocherella con la radio e trova una stazione in cui Merle Haggard canta Mama tried. Il giorno in cui sua madre morì, l’interfono chiese ad Amanda di uscire dalla classe di storia. Dal modo in cui raccolse i suoi libri capii che se lo aspettava. La guardai andar via desiderando di raggiungerla attraverso la finestra, mentre lei camminava sul sentiero di cemento. La sua tristezza era così concreta per me, così vicina.
A San Diego prendiamo l’autostrada 15, direzione nord. Più tardi saliamo in uno spazio elevato di segnali: slogan e scritte in grassetto dai colori primari. Le macchine si accalcano attorno a noi. Mi chiedo se mia madre sia mai venuta così lontano. La sua prima cartolina veniva dal Nevada. Ci sono cinque cartoline tutte insieme, conservate in una scatola di scarpe alla base del mio armadio. Metti che un giorno verso la fine dell’ultimo anno di scuola torni a casa e tua madre non c’è più. Tua nonna ti dice che tua madre vuole star via per un po’. Una nota criptica che comincia con «Ora che hai diciassette anni», e parla del fatto che ogni persona ha bisogno di «seguire il proprio cuore». Le chiamate arrivano una volta alla settimana per due mesi.
Non guardo più le cartoline. La scatola di scarpe rimane chiusa.
Le macchine ci spingono e noi ne veniamo fuori, salendo più in alto sul pendio di cemento. Sotto di noi ci sono parcheggi ovunque, come se noi stessimo volando su una città fatta solo di parcheggi. L’aria diventa una coltre radiosa, una nebbia sbiancata. Enormi costruzioni svaniscono in questa foschia. Qualcosa sta bruciando – il tanfo è quello tipico di qualcosa di stantio, in decomposizione.
Il coach aggrotta il viso. «C’è un odore terribile». Biascica le parole. Una Volvo ci suona quando giriamo nella corsia sbagliata. Nel febbraio del mio ultimo anno di scuola raccontarono una storia nello spogliatoio della mio gruppo di atletica leggera. Dicevano che Amanda si era data alla pazza gioia. Tornando da una partita di basket sull’autobus della squadra, era accaduto qualcosa di folle. Ululati e risa. Mi vestii in fretta, cercando di non crederci.
Il pick-up stride sopra le nostre spalle. Il coach chiude la macchina sbattendo il portellone in un parcheggio. «Dobbiamo capire dove diavolo siamo». Le sue pupille ondeggiano in un’oscurità sanguigna. «Tu... devi guidare tu».
Sprofondo nel posto del guidatore. Il motore rimbomba e il coach crolla sul finestrino. Con le mani sul volante, mi sento nuovo e utile. Questo è quello che vediamo: serbatoi secchi di cemento, asfalto ovunque, aria distorta dal caldo. Messicani. Gente che indossa occhiali da sole assomigliante a insetti. Minimarket e cartelloni – immagini di carne muscolosa e abbronzata, scollature. Do uno sguardo ai miei bicipiti magri e pallidi.
Una volta vidi Amanda attraversare un campo da football inondato, calciando l’acqua a piedi nudi, e io escogitai un programma per diventare muscoloso in un anno. Gli appunti sull’auto-miglioramento si accumulano ancora per casa: «un frammento di sacro dovere ti salva dalla grande paura». «Ogni dolore è il risultato del desiderio». «Le persone sono generalmente tanto felici quanto decidono di esserlo». Ma un po’ di tempo dopo Los Angeles, me ne sbarazzo. Le carte scricchiolano quando le colpisco, e i miei passi rimbombano sui pavimenti di legno per tutta la casa.
A una stazione di benzina il coach aspetta nel pick-up mentre un iraniano mi aiuta con la mappa. Dice che il codice postale 91411 è «a valle». Dobbiamo andare ancora più a ovest. Il coach butta giù due pillole di Vicodin. Le strade e i marciapiedi irradiano calore come una padella.
L’American XXXstasy è una parte della schiera di negozi nella San Fernando Valley. L’insegna è un affare di lettere rosse su porte di vetro grigio, colorate per non permettere di vedere l’interno. Poche macchine nel parcheggio. Tramonto. Una collinetta si alza in lontananza alla fine dell’area di negozi, e sulla cima si trova il T.G.I. Friday’s. Il coach sta ancora guardando fuori dal finestrino. Picchietta con le unghie contro il portellone, e accarezza la bottiglia marrone di cloroformio. Non ha detto una parola da quando ci siamo fermati per chiedere indicazioni.
«Perché non rimani qui?» dico. «Fammi andare a vedere cosa riesco a scoprire».
Fa un passo incerto verso fuori, la testa piegata. «Verrò con te».
«Ascolta, Coach. Fammi parlare con loro... mi inventerò qualcosa. Credimi, ho una specie di piano». Gli chiedo di darmi la sua patente e gli ripeto di fidarsi di me. Lo lascio appoggiato alla macchina.
L’ufficio ha una moquette di un verde color lime, pestata e chiazzata di bruciature di sigaretta. Ha un vago odore di disinfettante e vasellina. Una porta dietro la scrivania all’entrata è chiusa. I muri sono decorati da vari poster: La madrina parte IIVengo nel futuro e uno con Mandy LeRock con un impermeabile trasparente sotto un ombrello – La donna della pioggia 5: l’occhio del ciclone. Questo non è il suo seno. Una segretaria mi accoglie, una donna più vecchia con un pelle bruciata – arancione, sottile come carta. Indossa occhiali da vista svasati.
«Posso aiutarla?»
Sorridendo, le mostro le nostre patenti. «Siamo entrambi di Port Arthur, Texas. Abbiamo fatto una lunga, lunga strada».
«Cosa vuole?»
«Lo vede quell’uomo laggiù?» oltre la vetrina il coach sta afflosciato contro il cassone, sbuffando soffi di fumo. «Sua figlia è un’attrice». Indico il poster di Rainwoman. «Il suo vero nome è Amanda Duprene. È del Texas. La stiamo cercando».
«Mi dispiace, ma non abbiamo il permesso di...»
«Signora. Non vogliamo causare problemi. Ma è che – la questione è che... lui sta per morire. Sta per morire e vuole solo vedere la sua unica figlia prima di andarsene».
Lei osserva fuori dalla vetrata, superando con lo sguardo le mie spalle,. Nel parcheggio il coach sembra ripiegato su se stesso. La sua schiena è curva, e tossisce in una mano, il fumo lo ricopre e si dissolve nella luce del tramonto. Sembra veramente malato.
«Stiamo cercando di rintracciarla. Questo è tutto. Non daremo problemi a nessuno».
Per qualche motivo sospira. «Cos’è?»
«Come?»
«Cos’ha?»
«Cancro al pancreas»
«Oh, Signore» mette le mani sulle labbra. «Solo un minuto. Okay? Torno in un attimo». Prende le nostre patenti e va nella stanza sul retro, aprendo la porta solo quel tanto che basta per passarci. Un momento dopo riappare. «Signore, può entrare». Il mio cuore sobbalza, ma oltre la porta c’è solo un’altra scrivania con dietro un ragazzo magro. Da un sacchetto di McDonald’s si spargono per la scrivania delle patatine fritte.
Il suo volto è segnato dalle cicatrici dell’acne. Controlla le nostre patenti. «Siete veramente voi?» dice, mentre succhia i suoi polpastrelli. La segretaria ferma con le mani la porta d’ingresso.
Racconto la storia del cancro del coach mentre osservo le pile di videocassette sul tavolo, spiegando quanto sia stato difficile accompagnare quell’uomo anziano da Port Arthur a qui. L’uomo mastica le patatine mentre parlo. Alla fine mi dice di dargli un numero di telefono e che il massimo che può fare è passarlo ad Amanda. È spiacente, ma non può dare l’indirizzo, soprattutto alla famiglia.
La donna mi ferma davanti la porta d’uscita. Mi passa un pezzettino di carta gialla. «Tu non sai da dove salta fuori questa cosa», dice, e mi dà un colpetto sul braccio. Sul foglio c’è un indirizzo.
Il coach annuisce e cade sul suo posto. Tornati in strada, guarda il cloroformio e dice, «Non so. Non so se usarlo».
Ci mettiamo altre due ore per trovare l’indirizzo.
Una casa stile ranch in Van Nuys. Palme nane e felci, palme increspate e senza fogliame. Una Corvette gialla sul vialetto. Dalla struttura di una finestra a golfo, una luce color limone è adagiata su tre rettangoli di prato verde ben curato. Attorno ci sono case simili, aria calda e accogliente. Parcheggiamo in strada e spegniamo le luci.
«Quindi cosa vuoi fare?»
La sua testa, reclinata, si gira lentamente. «Vattene a casa».
«Andiamo. Ci avviciniamo alla porta? Aspettiamo che esca lei?»
I suoi occhi sono punti smaltati, assorbiti da rughe e pieghe.
«Coach?»
Chiude gli occhi. Respiri affaticati. «Va’ a vedere»
«Io?»
«Va’ a vedere». Stringe il cloroformio in un gesto di rassicurazione.
La luce del portico è spenta, e un bagliore soffuso color rosa viene emesso dal campanello. Cammino verso di quello, attraverso l’oscurità tra le finestre, il campanello come la fine di un tunnel.
Vorrei guardare i suoi occhi verdi, il sorriso che li ha sempre fatti chiudere. Ricordo il suo viso illuminato da una fiamma tremolante del becco di Bunsen, la sua risata che scoppiava come coriandoli. Una volta, l’ho vista allontanare con uno schiaffo la mano di Wendell, uno studente al terzo anno di liceo, dalla sua gonna, e ho sentito il travaglio di un’adolescente. Il modo in cui la sua mente era piena di desideri – un nodo di emozioni che saliva costantemente in superficie, che la inondava, la trasportava attraverso i campi tormentati della periferia, superati i centri commerciali e lunghi acri di erbacce, dritto nei sedili posteriori delle macchine, nei cassoni dei pick-up.
Busso. Di nuovo. «Chi è?» arriva da dietro la pesante porta di legno.
«Amanda Duprene?»
«Chi è?» ripete la voce.
«Ehm, Robert Corresi? Da Port Arthur?». La lampada del portico s’illumina e la luce mi acceca. Il film che ho io si chiama Il garage del Diavolo, e ha la piatta, falsa trama di qualcosa girato in un video. La protagonista della storia ha bisogno di far riparare la macchina, ma non ha abbastanza soldi. La porta si apre per la lunghezza di una catenella di sicurezza, e il muso di un cane nero spunta annusando in quello spazio. Un paio di occhi castani, femminili e iniettati di sangue, scivolano su di me. La porta si chiude, e sento lo scorrere del metallo.
In quel secondo in cui la porta si apre scivolando, prendo coscienza del mio aspetto, anche se mi ricordo di non avere più l’acne e che il mio taglio di capelli è migliore di quello che avevo al liceo. Lei ha la pelle scura, e i suoi capelli rossicci sono stati tinti di nero. Trattiene un Rottweiler marrone e robusto per il collare. La luce all’interno le scolpisce le forme, rendendo la sua vestaglia di un blu quasi traslucido. La sua voce è quella di sempre ma più cruda, profonda. «Io ti conosco».
Si manifesta nella luce, diventando concreta, come se si stesse spostando dal posto dove io l’ho conservata nella mia mente, dritto verso di me. Le sue sopracciglia sono rifinite in onde perfette; le sue guance e il suo petto brillano di creme. Lei mi guarda, gli occhi screziati di rosso, e inclina il capo. «Io ti conosco».
«Robert. Liceo. Eravamo compagni di laboratorio».
Il cane mugola, e lei si accovaccia per grattargli le orecchie. «Silenzio, Pete». Guarda in Alto. «Bobby? Bobby Corresi?».
«Robert. Nessuno mi chiama più Bobby».
«Che ci fai qui?».
«Volevo vederti. Abbiamo guidato a lungo».
Lancia uno sguardo superando le mie spalle «Noi chi?».
«Io e tuo padre. Tuo padre è qui. Abbiamo guidato fin qui per vederti...».
«Cosa?» Amanda si muove e mi supera, e io vedo il coach fermo nell’oscurità dietro il suo pick-up, solo pochi tratti ne sono visibili. Lei lo indica con rabbia. «Perché l’hai portato qui? Cosa vuoi? Portalo via!».
Prima di poter ribattere, un uomo fa un passo nel portico. È quasi del mio peso, ma con muscoli scolpiti e una pelle tostata. Indossa una canottiera bianca, pantaloni da jogging, e un sacco di orecchini. I suoi capelli corti e gelatinati rimangono dritti. Mette un braccio attorno alla vita di Amanda e mi guarda. «Cosa sta succedendo, piccola?».
A mala pena gli dà retta. «Niente». Ritorna su di me, e mi chiede, «perché l’hai portato qui?». Grida guardando oltre le mie spalle. «Rimani lì! Tu non ti avvicini a questa casa!». Il suo cane continua a saltellare, scattare, soffocarsi col suo stesso collare, e ad abbaiare per via della foga nella voce di Amanda. L’uomo accanto a lei muove gli occhi da me al coach, e poi di nuovo su di me. In tutto questo, mi accorgo con severa chiarezza di quanto sia dolce il suo profumo.
Mi guarda con fare accusatorio. «Quindi?».
«Amanda. Posso parlarti? Per favore... solo per un secondo. Abbiamo fatto davvero una lunga strada. Voglio solo parlarti».
I suoi occhi si socchiudono sospettosi, e il suo cane mi annusa la patta dei pantaloni.
«Per favore».
Sbuffa rumorosamente. «Aspetta qui». E sbatte la porta e mi lascia qui, in un cono di luce sul suo porticato. Mormorii arrivano dall’interno della casa. Il fumo delle sigarette del coach s’increspa nella forma di un tulipano spettrale nel lato opposto del suo pick-up.
Quando la porta si apre di nuovo, Amanda punta oltre le mie spalle. «Lui non può entrare. Rimane fuori». L’uomo che le sta vicino cammina fuori dal porticato e urta con forza la mia spalla mentre passa. «Anche Tony resterà qui fuori». Si posiziona dietro di me con le braccia incrociate.
Lei e il cane fanno un passo indietro, e io entro prima in un atrio con una composizione di fiori secchi su un tavolo di marmo niente male, e dopo in una luce soffusa e l’aroma di incenso – al gelsomino, probabilmente – un blu tremolante di una tv in un salotto, con un arredamento di cuscini spessi e marroni. Pareti bordeaux, immagini di paesaggi, un tanfo che arriva dalla cucina. Amanda ammutolisce la tv.
Mi fa cenno di sedermi sul divano, e piega le gambe sotto di lei, coprendole con la vestaglia. Il cane Pete si è steso fra di noi su un cuscino. Sento il mio petto stringersi. Le sue labbra sembrano punte da un’ape, e immagino sia collagene o qualcosa del genere. I suoi respiri sono troppo ritmati e fermi sotto la vestaglia. I suoi occhi sono castani.
«Okay», mi dice «ti do cinque minuti».
«Noi ecco... cioè, io sono venuto per aiutarti, credo. Vogliamo riportarti a casa».
Fa roteare gli occhi e ride. «Bene. Vabbè. Perfetto».
«Senti...».
«No, tu senti. Cosa credi... mi stai giudicando? Tu prendi mio padre là fuori, e, e cosa...» si strofina il naso e parla velocemente. Sebbene qui l’aria sia fresca, sono comparse sul suo sopracciglio delle gocce di sudore. «Voglio dire, cosa sai tu? Noi siamo, cosa, compagni di laboratorio al primo anno di liceo? Così tu mi conosci, o che altro?». Ha delle occhiaie di un grigio marcato. Non posso reggere il suo sguardo.
«Indossi lenti a contatto ora?»
«No». La domanda la confonde. «Ascolta», fa un gesto che comprende tutta la stanza. «Do l’impressione di una che ha bisogno d’aiuto?» Accarezza il cane con forza. «Voglio dire, non prendo droghe da quasi un anno». Fissa le unghie dei piedi tinte di viola. Sulla sua caviglia c’è un tatuaggio cuneiforme. «Non faccio un film da quattro mesi. Voglio dire, non penso neanche di farne altri. Probabilmente. Ho ricevuto delle offerte tipo, dalla tv e cose del genere». Si ravvia i capelli, e spazzola via qualcosa dal cuscino del divano. Ricordo quel suo modo di ravviarsi i capelli. Ha sempre fatto quel gesto. Riconosco così poche cose in lei.
«Ma non sei felice. Meriti di più di questo...».
Getta le mani in aria. «Visto? Questo è quello di cui sto parlando. Tu vieni qui e, cosa, perché non ti piace il modo in cui vivo?»
«Dai...».
«No, dai tu. Sul serio, Bobby. Ho una notizia per te. Il mondo è molto più grande di Port Arthur, Texas. Okay? Molto più grande. Il dannato modo in cui vivo non sono affari tuoi, come non lo sono di quell’altro coglione là fuori».
«Tony?»
Si acciglia con sarcasmo. «Mio padre». Si strofina il naso. «Questa è la mia vita. La mia. Devi preoccuparti della tua di vita, va bene? Io ti vengo a dire come vivere la tua vita? Cosa fai, comunque?»
Esito per un attimo. «Lavoro per la Lone Star Environmental. Supervisiono le falde acquifere».
Applaude. «Wow. Fantastico. Non hai mai lasciato la città, giusto? Non sei mai andato al college, giusto?»
«Non lo so, non ancora, ma...».
Posa la testa su una mano e ride. «Non posso credere che tu sia venuto davvero fin qui. Non posso credere che hai portato qui mio padre ». Mi fissa intensamente. «Hai fegato».
Guardo le immagini alle pareti, quadri con paesaggi calmi e spiagge solitarie, e tutto quello che riesco a pensare è di provare a convincerla di quello in cui ancora credo. «Ti ho vista una volta. Era al secondo anno. All’inizio del secondo anno. Credo che non avessi l’ottava ora quel giorno, ma aveva appena piovuto, e io stavo aspettando che suonasse la campanella, sai? Annoiato, il cielo di quel grigio strano, luminoso ma non blu, e volevo solo andare a casa».
Si tira l’unghia del pollice.
Mantengo lo sguardo fisso sui paesaggi nei quadri mentre parlo. «E ho guardato fuori dalla finestra, e ti ho vista. Stavi camminando per il campo da football con la tua uniforme, ti eri tolta le scarpe... e con tutta calma calciavi l’acqua con i piedi. Potevo vederne gli schizzi. Ti rigiravi ogni tanto. Stavi guardando in alto nel cielo, e ti ho persa nel sole attraverso il vetro. Sai? In quel punto dove la luce del sole si infiammava nel vetro. E hai fatto un passo fuori da quel fascio di luce, calciando l’acqua, con la tua gonna, guardando con molta distrazione. Non si trattava solo del fatto che fossi bella – lo eri, ma non era quello». Tutti gli anni conservati nella mia memoria si condensano nel linguaggio, e credo che questo non sia ancora abbastanza per rivendicarla. «Ricordo che pensavo di sapere cosa ti distraesse. Sai? Sebbene non sapessi come chiamarlo, o metterlo a parole, avevo questa sensazione, un sentimento veramente calmo, e io ero sempre nervoso, credo, ma un sentimento... come se il mondo fosse un posto buono, perché potevo vederlo attraverso i tuoi occhi».
Il cane cerca la mia gamba e si lamenta lentamente, con un pianto soffocato. Un telegiornale riporta una storia silenziosa in tv.
Chiude un po’ la sua vestaglia e tocca la mia guancia. «Bobby. Ascolta, sei un tesoro. Davvero». Fa sparire i suoi occhi con un sorriso tenue che quasi echeggia quello che ricordavo. «Però sono sicura che fossi fatta. Prendevo un sacco di acidi all’epoca».
Le sue dita seguono la mia mascella, fermandosi sul mento. «Sei dolce. Ma devi pensare alla tua vita».
Dato che non posso guardare nulla se non lei, chiudo gli occhi.
Qui è dove tutte le mie storie convergono. Ogni momento perduto fra l’esperienza e la memoria s’incontra a un incrocio: la X di metallo nella mia mandibola, dove le sue dita sono puntate come la canna di una pistola.
«Posso avere altri cinque minuti?»
«No».
Qualcuno lancia un grido, e io apro gli occhi.
Ci spostiamo fuori, da dove viene l’urlo. Qui vicino, appena fuori il porticato, il coach è seduto sul prato e si regge il viso fra le mani. Tony incombe su di lui, i pugni serrati.
Tony fa sporgere la mandibola. «Ha detto che aveva intenzione di entrare. Gli ho detto di no».
È difficile non provare pena per il coach, sgretolato sul prato in quel modo, a dibattersi con un palmo sugli occhi, eppure ci riesco. Vado verso di lui, Tony si ferma davanti a me. «Ne vuoi un po’ anche tu?»
«Tony», Amanda lo chiama alle mie spalle. «Forza. È tutto a posto. Vieni dentro».
Il coach si allunga verso i miei piedi, tenendo il cloroformio in mano come un’offerta impotente. La porta sbatte.
Dico al coach di salire in macchina.
Nel posto del guidatore, lancio il cloroformio fuori dal finestrino. Lui sbatte di nuovo il suo portellone con un livido sull’occhio sinistro. «Ha funzionato alla grande», sbotta.
Lo studio, seguendo le linee del suo viso con gli occhi, e continuo a guardarlo dopo che i nostri sguardi si incontrano. Guarda verso il finestrino, e lo osservo ancora per qualche secondo prima di girare la chiave.
Il motore si accende, sussultando, e ci muoviamo.
Ci sarà una seconda ricerca. A Port Arthur vedo una pubblicità per la Reunion, Inc. Perché c’è un’altra domanda a cui rispondere, un pezzo di inconsapevolezza che non continuerò a sopportare. Li chiamo. Per i due mesi successivi continuo a lavorare per la Lone Star Environmental, lasciando che gli insulsi campi e gli estesi cieli limpidi passino come cornici di una pellicola sovraesposta, senza raccontare storie, e prendendo campioni di terreno e testando l’aria col naso in cerca di contaminazioni. Solo occasionalmente in questo periodo penso sul serio al coach Duprene.
Abbiamo fatto il viaggio di ritorno in silenzio. Io guidavo, e il coach teneva la sua faccia sul finestrino. Altopiani color argilla e orizzonti viola. Una mezza idea di montagne nella foschia distante. Il suo rimorso tanto tangibile quanto la strada sotto le nostre ruote.
Non ci rivedremo più.
La Reunion, Inc mi manda il rapporto che mi è costato 300 dollari. La busta sta sul tavolo della mia cucina per un giorno intero. Il logo della compagnia sembra che stia provando a intimidirmi. Dopo cinque birre apro la busta e prendo due fogli di carta. Questo è quello che dicono:
Travis Corresi è un disperso. L’ultima volta che lo si è visto era un ufficiale in seconda sul SS Mary Charles, una nave mercantile che è affondata nel Mar Giallo nel 1989. Ma, questo, l’ho sempre saputo. Per tutta la mia vita mio padre è sempre stato un morto nel mare.
Tirando ogni stralcio di filosofia, ogni massima nella casa, getto le note, facendo un unico mucchio, e decido che tutto quello che è successo in precedenza è un’unica storia, la stessa e lunga storia, e se questa non finisce, i prossimi dieci anni potrebbero essere come gli ultimi dieci, un periodo di ansiosa immobilità che ti ha visto piegato, nervoso, come un topo nell’angolo, che ti ha lasciato a piangere una vita che non hai mai avuto veramente.
Quella vita è frammentata in scene che a malapena ricordi, il loro significato dovuto solo alla loro incapacità di imporsi l’uno sull’altro, finché questa vita, questi momenti, diventano come un paio di occhi verdi che sei convinto di aver visto una volta, che occhieggiano verso di te nel cielo di una lunga notte errante, mentre ti domandi perché stai guidando a quell’ora, e come sei riuscito a renderlo a te familiare. Anni che non puoi ricordare, perché sei troppo impegnato a mascherare della vera tristezza con una falsa nostalgia.
Così la casa è messa in vendita. L’altra notte hai deciso di non impacchettare nulla, e di passare il tuo tempo a guardare la lunga prateria recintata lungo la strada.
Ora potresti immaginare la tua prossima storia, la tua seconda storia, ma non essere troppo preciso, non avere una visione a cui aggrapparti, non creare un’idea in cui perderti. Non guardare una mappa e non meditare sulla profondità del Mar Giallo; non immaginare la forma delle sue onde. Non ruminare su genitori perduti, o ragazze perdute. Resisti alla necessità di spiegare le loro storie, perché forse non hai afferrato che una risposta non è una soluzione, e che una storia a volte è solo una scusa.
Se proprio devi, concediti di immaginare l’umore generale della storia, i luoghi in cui potrebbe accadere, come sarebbe il clima. Dì a te stesso che sarà quantomeno un mondo in cui ti senti meno abbandonato, e dove sei sostenuto da più di una illusione. Se proprio devi.
Va via prima di cambiare idea.




sabato 13 giugno 2015

Dagon (Racconto di H.P. Lovecraft)

DAGON


Sto scrivendo queste righe in uno stato di comprensibile tensione, dal momento che prima che scenda la notte, io cesserò di esistere.
In miseria ed senza più scorte di questa droga, che, sola, rende la mia vita sopportabile, non sono in grado di sopportare oltre questa tortura e non posso fare altro che gettarmi da questa stretta finestra giù nello squallore della strada là sotto.
Ma non pensate, a causa della mia schiavitù per la morfina, che io sia un debole o un degenerato.
Quando avrete letto queste pagine così malamente vergate, potrete intuire, anche se non sarete mai in grado di capire veramente, perché io debba, necessariamente, dimenticare o morire.
Fu in una delle parti meno frequentate dell'immenso Pacifico che la nave sulla quale ero imbarcato venne catturata dai corsari Tedeschi. La Grande Guerra era solo all'inizio così che la marina Tedesca non era ancora scesa ai livelli di degradazione che avrebbe raggiunto negli anni successivi, il nostro vascello venne quindi considerato una legittima preda e noi, dell'equipaggio, fummo trattati con estrema correttezza in qualità di prigionieri di guerra. Tanto liberale era, infatti, la disciplina impostaci dai nostri carcerieri che appena cinque giorni dopo la cattura, riuscii a fuggire, da solo, su di una scialuppa nella quale avevo caricato cibo e acqua sufficienti per parecchi giorni.

L'Orrore a Red Hook (Racconto di H.P. Lovecraft)

L'ORRORE A RED HOOK


Siamo circondati da sacri misteri del bene e del male, e viviamo e ci muoviamo in un mondo oscuro, un luogo di tenebre, caverne ed abitatori del crepuscolo.
Talvolta accade che l’uomo si volga indietro sulle tracce della propria evoluzione, ed è mia opinione che esistano segreti paurosi non ancora dimenticati.
ARTHUR MACHEN

1.
Alcune settimane fa, ad un crocevia nel villaggio di Pascoag, nel Rhode Island, un uomo alto e possente, visibilmente in ottima salute, diede mostra di un comportamento strano ed incomprensibile.
Probabilmente era disceso dalla collina, seguendo la strada di Chepachet, ed era arrivato in un quartiere molto popoloso, voltando poi a sinistra per la strada principale, laddove il paese assume un aspetto più metropolitano per via dei suoi innumerevoli, se pur modesti, negozi.
Ed è proprio lì che, senza spiegazione alcuna, l’uomo cominciò a comportarsi stranamente.
Per qualche attimo posò il suo sguardo allucinato sul più alto degli edifici che gli apparivano davanti, e quindi lanciò urli isterici in preda al terrore.
Iniziò poi una corsa sfrenata che si concluse con un’incespicata ed una caduta all’incrocio seguente.
Mani sollecite lo aiutarono a ripulirsi e a rialzarsi, mentre lui sembrava tornato in sé, incolume, e rinsavito dall’improvvisa crisi isterica.
Farfugliando delle scuse, l’uomo cercò di giustificare il proprio  comportamento dicendo che era una conseguenza dello sforzo fisico cui di recente si era sottoposto; quindi, con lo sguardo basso, riprese la strada per Chepachet Road e si allontanò faticosamente e senza mai voltarsi indietro.
Che ciò fosse accaduto ad un uomo così forte, dall’aspetto perfettamente sano e normale, rendeva l’incidente inspiegabile, e la curiosità dei presenti fu ulteriormente stimolata dal fatto che uno degli astanti disse di aver riconosciuto nell’uomo il pensionante di una nota fattoria del circondario di Chepachet.
In seguito si scoprì che l’uomo era un ispettore di polizia di New York, di nome Thomas F.
Malone, in quel periodo in licenza allo scopo di intraprendere una cura rilassante dopo un periodo di superlavoro richiestogli dalla risoluzione di un caso tremendo, avvenuta in circostanze drammatiche.
Durante l’azione da lui capeggiata, si era verificato il crollo di numerosi palazzi di mattoni, e lui era rimasto traumatizzato da qualcosa che era in relazione con la morte di un numero esorbitante di vittime travolte dalle macerie, tra le quali si annoveravano anche alcuni suoi colleghi.
In conseguenza dell’accaduto, era caduto preda di una tremenda paura, la quale lo attanagliava alla vista di qualsiasi edificio che somigliasse anche lontanamente ai fabbricati crollati, sicché alla fine alcuni esperti di malattie mentali gli avevano proibito, almeno per un lungo periodo, la vista di costruzioni del genere.
Un medico della polizia, che aveva dei parenti a Chepachet, gli aveva suggerito di andare per un po’ in vacanza in quell’antico borgo coloniale, e lì Malone si era recato, ripromettendosi di non spingersi mai in centri più grandi, dove esistevano quegli edifici di mattoni la cui vista gli era stata proibita dallo specialista di Woonsocket che lo aveva in cura.
Fare una passeggiata fino a Pascoag per acquistare dei giornali  si era rivelato fatale, ed il convalescente aveva pagato la propria disobbedienza al prezzo del terrore, dell’umiliazione e di diverse ammaccature.
Ciò è quanto raccontavano le comari di Chepachet e di Pascoag  e quello che i medici sostenevano.
In realtà, Malone, inizialmente aveva raccontato molto di più ai medici, ritrattando le proprie dichiarazioni soltanto quando aveva constatato la crescente incredulità che queste suscitavano.
Da allora aveva imparato a tenere la cosa per sé, senza contraddire tutti coloro che ritenevano che il crollo di certi tristi fabbricati di mattoni di Red Hook e di Brooklyn, in cui erano morti tanti bravi poliziotti, avevano sconvolto la sua psiche.
Gli rimproveravano di aver speso troppe energie nel tentativo di ripulire quei covi di disordine e di violenza; a dire la sincera verità, certi particolari della vicenda erano già stati piuttosto sconcertanti per lui, e l’improvvisa tragedia gli aveva dato soltanto il colpo di grazia.
Si trattava di una spiegazione molto semplice e facilmente accettabile e, poiché Malone non era uno stupido, comprese che era il caso che la confermasse anche lui.
Raccontare a gente senza immaginazione di un orrore che trascendeva la comprensione umana – l’orrore di caseggiati, città e quartieri putridi e malsani, infettati da un male proveniente da mondi più antichi avrebbe provocato soltanto il suo confinamento in una stanza dalle pareti ovattate, di gran lunga peggiore della sua camera in una tranquilla casetta di campagna.
E Malone, a dispetto del suo misticismo, aveva ancora del buon senso.
Possedeva la facoltà tutta celtica di percepire da lontano tutto ciò che vi è di occulto e magico, ma anche l’occhio acuto del logico che scarta quanto non è convincente.
Nei suoi quarantadue anni aveva visitato luoghi bizzarri, inusuali per un laureato all’università di Dublino, nato in una villa georgiana dalle parti di Phoenix Park.
E adesso, mentre rivisitava con la memoria le cose viste, udite ed apprese, era contento di non aver trasmesso a nessuno il segreto che poteva fare di un uomo impavido un nevrotico tremante; il segreto che riusciva a trasformare in un incubo e in un evento soprannaturale fatiscenti caseggiati di mattoni e frotte di facce scure e sottili.
A volte accadeva che le sue percezioni non trovassero poi una spiegazione razionale, visto che il suo stesso tuffarsi nei bassifondi multirazziali del mondo sotterraneo di New York era stato solo il frutto di un capriccio.
Che cosa sapeva lui dell’esistenza di antiche stregonerie ed arcani misteri, che il suo occhio acuto individuava nel calderone delle nefandezze in cui la feccia di secoli di immoralità faceva ribollire il proprio veleno, tramandando i suoi orrori blasfemi? In quel guazzabuglio assordante e caotico di avidità esteriore e di vizio interiore, lui aveva visto ardere la fiamma verde e diabolica dei più arcani misteri, ed aveva risposto con un sorriso condiscendente all’irrisione di tutti i newyorkesi di sua conoscenza di fronte alla sua decisione di entrare in polizia.
Con cinismo e perfido divertimento, avevano deriso quella sua mania di misteri soprannaturali e inconoscibili, assicurandogli che a New York, di quei tempi, non si trovavano che mediocrità e bassezza.
Tra di loro, uno aveva anche scommesso una forte somma che Malone, nonostante la reputazione acquisita con i suoi articoli sulla Dublin Review, non avrebbe mai scritto una storia decisamente interessante sui bassifondi di New York.
Adesso, ripensando al passato, sentiva che l’ironia dell’universo,  pur confutando segretamente il significato beffardo delle affermazioni di quei profeti, al tempo stesso dava ragione alle loro parole.
L’orrore, visto nella sua più profonda essenza, non poteva essere il fondamento di una storia, in quanto, come dice l’autore tedesco citato da Poe, es lasst sich nicht lesen: non si lascia leggere.
2.
Malone avvertiva che il mistero latente nell’esistenza era sempre presente.
Da giovane sapeva recepire la bellezza insita nelle cose, e si sentiva un poeta.
In seguito la povertà, la sofferenza e l’esilio, avevano allontanato la sua attenzione, portandolo in una strada più oscura, e lui aveva avvertito un brivido nel percepire il male che circondava il mondo.
La vita quotidiana si presentava per lui come una fantasmagoria di terribili segreti, che talvolta brillavano tra la corruzione nascosta, come nei più suggestivi disegni di Beardsley, e talvolta adombravano terrori presenti dietro cose ed oggetti banali, come accade  nell’opera più ricercata e sensibile di Gustave Doré.
A volte riteneva una benedizione che le persone molto intelligenti spesso deridessero i misteri più profondi, poiché altrimenti – pensava – se gli intelletti superiori si fossero messi ad indagare nei segreti di culti atavici e tenebrosi, le stranezze che ne sarebbero scaturite avrebbero minacciato il nucleo stesso dell’universo.
Questo tipo di riflessioni avevano certamente qualcosa di morboso, ma allo stesso tempo evidenziavano una logica penetrante ed un profondo senso dell’ironia.
Malone lasciava che i suoi presentimenti restassero intuizioni proibite, e l’isterismo si fece strada in lui solo allorquando il dovere lo catapultò in un abisso di rivelazioni così insidiose e subitanee, da non lasciargli scampo.
Da tempo si interessava al caso della stazione di Butler Street a Brooklyn, quando venne a conoscenza della faccenda di Red Hook.
Red Hook è un agglomerato di sordide miserie a ridosso del vecchio porticciolo, di fronte a Governor’s Island, con strade luride e pontili che si inerpicano verso la collina fino a raggiungere la parte alta, laddove le strade dissestate di Clinton Street e Court Street si snodano in direzione di Borough Hall.
I caseggiati, prevalentemente in mattoni, furono costruiti tra il 1915 ed il 1920, ed i vicoli e le stradine meno illuminati rievocano un piacevole sapore di antico che si può definire “tipicamente dickensiano”.
La popolazione, costituita da una massa di disperati, è un vero enigma: ci sono siriani, spagnoli, italiani, negri, che si danno fastidio reciproco, ed un po’ più separati dalle altre razze, invece, vivono piccoli gruppi di scandinavi ed americani.
Il quartiere è una babele di rumori e di sudiciume, ed emette misteriosi lamenti in risposta allo sciacquio delle onde bituminose che si infrangono sui fetidi moli, e alle orrende nenie intonate dalle sirene delle navi.
In questo quartiere, in passato, lo scenario era molto più ameno: marinai dagli occhi azzurri passeggiavano lungo i viottoli della parte bassa, e villette benestanti di buon gusto si ergevano dove adesso i caseggiati costeggiano la collina.
Anche oggi si possono ritrovare tracce di quella tramontata serenità nello stile armonioso degli edifici, nelle minute chiesette che spuntano qua e là, in alcuni esempi di arte urbana ed in certi particolari, ad esempio una scalinata consunta dal tempo, un portone decorato, un paio di colonne pericolanti, un ultimo ritaglio di prato dove rimangono ancora vecchi corrimano  contorti e rugginosi.
Di norma, le case sono costruite in grossi blocchi di mattoni, ed ogni tanto, tra le miriadi di finestre, spunta una guglia che ricorda quei tempi in cui le famiglie dei capitani e dei proprietari di navi contemplavano il mare.
Questo amalgama di putridume materiale e spirituale, scagliava contro il cielo bestemmie pronunciate in cento dialetti diversi.
La gente brulicava sia nei vicoli interni che nelle strade principali; mani furtive smorzavano all’improvviso le luci ed oscuravano le finestre; facce colpevoli e fosche si allontanavano dai vetri non appena si avvicinava qualche turista.
I poliziotti avevano perso la speranza di ripristinare l’ordine e ristabilire la legge, e cercavano più che altro di porre delle barriere che proteggessero il mondo esterno dall’infezione di quei posti.
Il rumore dei passi delle pattuglie trovava eco in un silenzio di tomba, e la gente, quando veniva arrestata, non parlava mai.
La gamma degli illeciti variava come i dialetti, dal furto di rum e dall’immigrazione clandestina, a diversi generi di vizi e di gravi infrazioni alla legge, nonché all’omicidio e la mutilazione nelle forme più orrende.
Che si trattasse di reati sporadici, nessuno di quelle parti lo credeva, e non era cosa che deponesse a favore della comunità, a meno che l’arte di compiere crimini di nascosto non venga considerata ammirevole.
La gente che arrivava a Red Hook, era molto più numerosa di quella che se ne andava – che se ne andava, perlomeno, via terra – e  queste ultime persone, probabilmente, erano quelle che parlavano di meno.
Questa situazione appariva piuttosto misteriosa a Malone, ed egli intuiva l’esistenza di segreti molto più spaventosi dei crimini denunciati dai cittadini, e condannati dalla chiesa e dai moralisti.
Poiché univa all’immaginazione la metodicità scientifica, era conscio del fatto che l’uomo moderno, quando non esistono leggi, tende costantemente a sfogare gli istinti più tenebrosi, che risalgono ai nostri scimmieschi primitivi antenati, e nella vita ordinaria, e nelle manifestazioni di culto.
Molte volte aveva visto, con l’eccitazione dell’antropologo, le processioni cantilenanti e blasfeme di quei giovani dalla faccia rovinata e dallo sguardo torbido che si snodavano per le strade alle prime ore del giorno.
Era molto frequente incontrare gruppetti di quei giovani: a volte all’erta all’angolo della strada, a volte di fronte ai portoni delle case a suonare musiche incomprensibili con strumenti rimediati chissà dove, altre volte ancora in ozio o impegnati in discussioni volgari ai tavoli dei caffè intorno a Borough Hall, oppure intenti a bisbigliare qualcosa a luridi tassì in sosta sotto gli alti balconi di catapecchie in disfacimento e tenute ben chiuse.
Malone era inorridito ed allo stesso tempo attratto da questi individui più di quanto desse a vedere ai colleghi, in quanto credeva di percepire in loro l’orrida minaccia di una continuità nascosta, un qualche piano infernale, insondabile e primitivo, acquattato sotto quell’insieme di avvenimenti turpi, consuetudini ed incontri che la polizia aveva registrato accuratamente.
Lui intuiva che in qualche modo perpetuavano un culto selvaggio ed osceno, retaggio di pratiche e rituali più antichi  dell’umanità stessa.
La loro assiduità e comunanza di scopi, e  l’impensabile ordine celato dietro il loro apparente disordine, sembravano confermare questo suo sospetto.
Non era a caso che aveva letto trattati come Il culto della Stregoneria nell’Europa Occidentale, della Murray , e sapeva che, fino a pochi anni prima, esisteva di sicuro nelle campagne una confraternita che si riuniva in segreto e praticava orge collegate a certe religioni antichissime ed oscure più antiche della stessa cultura ariana, le quali si ritrovavano nelle leggende popolari con l’appellativo di Messe Nere e Sabba delle Streghe.
Malone non poteva convincersi che queste sopravvivenze diaboliche di riti di magia e di fertilità di antica provenienza euroasiatica si fossero estinti del tutto: anzi, sovente si chiedeva se queste pratiche non fossero addirittura più ataviche ed anche più tenebrose delle peggiori pratiche superstiziose note all’uomo.
3.
Malone fu condotto negli abissi di Red Hook dal caso di Robert Suydam.
Suydam veniva da un’antica famiglia olandese, era un uomo di cultura dai discreti mezzi finanziari, e viveva in un’abitazione piuttosto grande ma poco curata costruita dal nonno a Flatbush, quando il villaggio era formato soltanto da un pugno di semplici villette in stile coloniale.
Quelle case si erano andate raggruppando intorno alla Chiesa Riformata, il cui edificio, interamente coperto dai rampicanti, ospitava un campanile, ed era protetto da una recinzione in ferro nel cui prato gli olandesi seppellivano anticamente i defunti.
Nella sua solitaria abitazione, che si estendeva da Martense Street lungo un terreno cintato da vecchie piante, Suydam aveva passato oltre sessant’anni a leggere e riflettere, tranne per un periodo di otto anni, la generazione prima, in cui era andato per mare nel Vecchio Mondo.
Non aveva i mezzi per tenere la servitù, e lasciava che solo pochissimi visitatori turbassero il suo eremitaggio.
Schivava le amicizie profonde ed accoglieva i rari conoscenti in una delle stanze a pianterreno che puliva lui stesso, nella quale aveva sistemato una spaziosa biblioteca che arrivava fino al soffitto, i cui scaffali erano gremiti di libri consunti  dall’aspetto imponente, vetusto e persino leggermente ripugnante.
L’espansione della città fino al distretto di Brooklyn aveva avuto poca importanza per Suydam, e l’esistenza di Suydam aveva sempre meno importanza per la città.
Gli anziani ancora lo riconoscevano, quando l’incontravano, ma per tutti gli altri era solo un eccentrico vecchio corpulento, e non degnavano che di un’occhiata divertita i suoi capelli canuti e spettinati, la sua barba ispida, i suoi vestiti neri e lisi, ed il suo bastone dal pomello d’oro.
Quando il dovere lo portò al suo caso, Malone non lo aveva mai visto di persona, sebbene ne avesse sentito parlare da altri come di una grossa autorità in fatto di superstizioni popolari, ed una volta aveva consultato un suo opuscolo da tempo fuori stampa, concernente argomenti quali la Kabbalah e la leggenda di Faust.
Gli era stato citato a memoria da un suo amico.
Si parlò per la prima volta del “caso” Suydam quando i suoi unici e distanti parenti richiesero al tribunale una perizia  psichiatrica.
Sebbene la loro azione legale fosse apparsa agli estranei alquanto improvvisa, venne intentata, in realtà, dopo una lunga osservazione dell’uomo ed una spiacevole discussione su di lui.
I parenti motivavano la richiesta adducendo a riprova alcuni cambiamenti nei suoi discorsi e nelle sue abitudini: faceva, infatti, allusioni folli a misteri che incombevano sul mondo, e gli era venuta un’assurda mania di persecuzione verso gli abitanti del confinante quartiere di Brooklyn.
Negli anni, Suydam si era lasciato sempre più andare, ed ora se ne andava in giro addirittura come uno straccione.
Talvolta si aggirava nelle stazioni della metropolitana, dove veniva visto da amici che si vergognavano di salutarlo, oppure se ne andava a curiosare sui moli, dalle parti di Borough Hall, dove chiacchierava con gente sconosciuta dalla faccia poco raccomandabile.
Quelle poche volte che parlava, farneticava di poteri illimitati che aveva in mano sua, o mormorava, con uno sguardo allusivo, parole e nomi misteriosi come “Sephiroth”, “Ashomodai”, “Samael”.
Il tribunale scoprì, dopo un’accurata indagine, che stava dilapidando tutto il patrimonio nell’acquisto di certi libri molto rari provenienti da Londra e da Parigi, e che sciupava altri soldi per l’affitto di un sordido seminterrato di Red Hook, dove passava quasi tutte le notti ad incontrarsi con gruppetti equivoci di stranieri e di individui poco raccomandabili, e dove, dietro le imposte verdi delle finestre ben serrate, veniva praticato – era questo il sospetto – qualche strano rito religioso.
Gli investigatori incaricati di pedinarlo dicevano che quelle celebrazioni notturne erano accompagnate da misteriose grida, canti sconosciuti e strani trapestii, e tremavano al solo pensiero di simili follie estatiche ed esaltazioni, sebbene fosse risaputo che da quelle parti la celebrazione di turpi rituali era pratica comune.
Quando fu chiamato a spiegare questi fatti, Suydam fu bravissimo,  e venne prosciolto.
Al giudice si mostrò un uomo sensato ed equilibrato; riconobbe di essersi comportato in modo insolito e di aver detto delle stravaganze, ma era tutto per colpa del suo eccessivo impegno di studioso e di scienziato.
Sostenne, inoltre, di essere tutto preso da una ricerca su certe tradizioni europee, la cui natura particolare richiedeva uno stretto contatto  con etnie straniere, al fine di poterne studiare i canti e le danze folkloristiche.
Dichiarò infondata l’accusa dei suoi  parenti, i quali affermavano che era stato plagiato da una setta occulta, e si lamentò, inoltre, della loro totale ignoranza circa il suo lavoro.
Avendo dato queste spiegazioni convincenti, poté andarsene via liberamente, e gli investigatori assunti dai Suydam, dai Corleans  e dai Van Brunts furono licenziati fra la disapprovazione generale.
Fu allora che si stabilì una collaborazione congiunta tra gli ispettori federali e la polizia – di cui Malone faceva parte – per indagare su alcuni interrogativi lasciati aperti dal caso.
La polizia si era interessata alla vicenda creata dai parenti di Suydam, e gli investigatori privati le si erano rivolti diverse volte.
In virtù di questi contatti, uscì fuori che tra i nuovi amici di Suydam c’erano alcuni dei criminali più duri di Red Hook, e che almeno un terzo delle persone che frequentava era già stato arrestato dalla polizia per furto abituale, zuffe ed immigrazione clandestina.
In verità, non era eccessivo affermare che la cerchia d’amicizie  dello studioso coincideva perfettamente con le peggiori bande criminali, responsabili dell’arrivo sulla costa di certa feccia asiatica, priva di documenti ed impossibile da identificare, che era stata saggiamente respinta dagli uffici di Ellis Island.
Nel decrepito e sovrappopolato caseggiato di Parker Place cui in seguito venne cambiato nome – dove Suydam aveva preso il suo seminterrato, si era ammucchiata un’autentica colonia di una razza dai tipici tratti somatici e dai caratteristici occhi di taglio obliquo, la cui lingua era l’arabo e che era stata immediatamente emarginata dalla comunità siriana che abitava in Atlantic  Avenue e nella zona limitrofa.
Per legge sarebbe stato possibile rispedirli tutti in patria, dal momento che non avevano documenti, ma si sa che la burocrazia è lenta… e non si va a stuzzicare Red Hook, quando non è strettamente necessario.
Questa gente si riuniva in una chiesa sconsacrata che ogni giovedì si trasformava in sala da ballo, la cui struttura gotica si stagliava nella parte più squallida del molo.
Ufficialmente era una chiesa cattolica, ma nessun prete a Brooklyn ne riconosceva l’esistenza, e persino i poliziotti si trovarono d’accordo, quando udirono i rumori che di notte venivano dall’interno.
Malone aveva spesso l’impressione di sentire le lugubri note basse e sostenute di un organo sotterraneo, quando la chiesa era vuota e con le luci spente, e i fedeli tremavano nel sentire i battiti di tamburo che accompagnavano le celebrazioni aperte al pubblico.
Durante l’interrogatorio, Suydam affermò che quel rituale, secondo lui, era una sopravvivenza di cristianesimo nestoriano con influenze di sciamanismo tibetano.
Congetturò che quella gente appartenesse ad una razza mongola proveniente dal Kurdistan  o dalle regioni vicine, e a quel punto Malone non poté evitare di ricordare che il Kurdistan era la terra degli Yezidi, gli ultimi discendenti, in Persia, degli adoratori del demonio.
In qualunque modo stessero le cose, l’indagine iniziata con il caso Suydam rivelò che questi nuovi immigrati affluivano a Red Hook in numero crescente.
Riuscivano ad entrare per via della complicità di alcuni marittimi il cui modo d’agire non era ancora noto né alla polizia, né alla guardia portuale; superavano quindi Parker Place e si sparpagliavano velocemente sulla collina, subito accolti dagli altri abitanti del quartiere per via di uno strano fraternalismo.
I loro corpi tozzi e i loro caratteristici lineamenti prognati, in strano contrasto con gli abiti americani, si vedevano sempre più numerosi a Borough Hall, amalgamandosi con i fannulloni ed i ladruncoli del quartiere.
Infine venne ritenuto necessario un censimento, per accertare la loro provenienza e la loro occupazione conducendoli all’Ufficio Immigrazione.
Per via di un accordo tra federali e polizia, fu Malone ad assumere questo incarico, con il compito di escogitare un sistema atto a censire quella gente mediante un coordinamento di forze.
Nel momento in cui accettava l’incarico, Malone ebbe la sensazione  di essere sospinto verso una voragine di orrori inesprimibili, sui quali si stagliava il viscido Robert Suydam nel ruolo di arci-diavolo ed acerrimo nemico.
4.
Spesso la polizia utilizza metodi inconsueti ed astuti.
Passeggiando senza dare nell’occhio, origliando certe conversazioni fortuite, offrendo al momento debito il liquore che portava nella tasca posteriore dei calzoni, e ponendo alcune  domande mirate a prigionieri intimoriti, Malone riuscì a sapere numerosi particolari su quel misterioso ed allarmante via vai di gente.
I nuovi arrivati erano curdi veramente, ma il loro dialetto era così curioso, che neppure il filologo più esperto era riuscito ad identificarlo.
Qualcuno si procurava da vivere come scaricatore di porto clandestino, o come ambulante, ma quelli della loro razza li si vedeva assai di frequente nei ristoranti greci, o dietro alle  edicole agli angoli delle strade.
Gran parte di loro, in ogni modo, non era in grado di provvedere al proprio sostentamento: da qui la supposizione che svolgessero per forza delle attività illecite.
Tra queste, il furto ed il contrabbando di liquori erano i crimini meno disgustosi.
Li avevano portati delle vaporiere che assomigliavano più che altro a vecchie navi merci, e il loro sbarco era avvenuto di notte, quando non c’era la luna, mediante barche a remi che partivano da un molo designato e risalivano un canale nascosto che conduceva ad uno stagno sotterraneo sotto le fondamenta di una casa.
Malone non fu in grado di trovare né il molo, né il canale, né l’edificio che copriva lo stagno, in quanto i suoi informatori, oltre a ricordare poco, parlavano un dialetto che neppure il miglior traduttore avrebbe potuto decifrare.
D’altro canto, non raccolse neppure informazioni attendibili quanto ai motivi di quelle numerose immigrazioni clandestine.
Alla domanda da dove venissero, gli informatori diventavano reticenti, e non si sbottonavano mai sino al punto di rivelare il nome di chi li aveva contattati ed aveva provveduto alla loro immigrazione.
Al contrario, quando gli venivano chieste le  ragioni del loro arrivo, si lasciavano prendere dal panico.
Anche delinquenti di altre etnie si dimostravano poco loquaci, e l’unica cosa che si venne a sapere con certezza fu che erano stati promessi loro – o da un dio, o da una potente confraternita religiosa – poteri mai immaginati, premi spirituali ed il possesso di un paese ignoto.
L’affluenza di nuovi adepti e brutte facce già note a quegli incontri notturni nello scantinato di Suydam, era regolare e continua, e la polizia scoprì molto presto che lo studioso aveva affittato altri appartamenti per accogliere questi nuovi amici a conoscenza della parola d’ordine.
Alla fine erano diventati tre i caseggiati da lui affittati, dove molte delle sue insolite conoscenze trovarono una sistemazione definitiva.
A Flatbush si recava ormai molto di rado e, a quanto sembrava, solo a prendere e poi riportare certi volumi.
Aveva assunto un’espressione ed un contegno estremamente eccentrici.
Malone riuscì a parlargli due volte, ma venne congedato in tutta fretta in entrambe le occasioni dal vecchio olandese.
Lui non ne sapeva nulla – così aveva dichiarato Suydam – di trame o movimenti loschi, e non aveva la più pallida idea su come i curdi fossero arrivati, né tantomeno di cosa volessero.
Come ricercatore, si limitava a studiare – sperando di essere lasciato in pace – il  folklore dei gruppi etnici che si erano insediati nel quartiere, e di sicuro questa sua attività non poteva interessare in alcun modo la polizia.
Malone gli fece i complimenti per il vecchio opuscolo da lui scritto sulla Kabbalah ed altri miti, ma il vecchio lo guardò con simpatia soltanto per pochi secondi.
La sua intimità era stata violata, e fu talmente scortese con il poliziotto, che Malone se ne andò tutto infuriato, decidendo di ricorrere ad altri canali d’informazione.
Quello che Malone avrebbe potuto scoprire, se gli avessero dato la possibilità di approfondire ulteriormente il caso, non potremo mai saperlo.
Una sciocca divergenza tra la polizia ed i federali, bloccò l’indagine per alcuni mesi, nel corso dei quali l’ispettore fu preso da altri incarichi che lo assorbirono completamente.
Eppure il suo interessamento alle attività di Robert Suydam non era cessato, e continuò a stupirsi per quello che gli stava accadendo.
In coincidenza con tutta una serie di scomparse e di rapimenti di bambini, che avevano sconcertato New York, nel trasandato studioso erano avvenuti dei cambiamenti eccezionali ed incredibili: lo avevano visto dalle parti di Borough Hall con la barba perfettamente rasata, con i capelli ben acconciati, e con un abito bianco di eccellente fattura.
Di fatto, ogni giorno che passava, migliorava nell’aspetto inspiegabilmente.
Era sempre curato, ma adesso aveva anche uno strano luccichio negli occhi; parlava meglio, ed aveva iniziato a perdere quell’eccesso di peso che lo aveva reso goffo così a lungo.
Sembrava ringiovanito.
Aveva acquistato agilità nel passo e disinvolta allegria nei modi, ed i suoi capelli erano tornati nuovamente neri nonostante non ricorresse a tinte.
Con il passare dei mesi, Suydam cominciò a sfoggiare vestiti sempre più raffinati e, alla fine, stupì tutti i suoi amici ammodernando e ritinteggiando la casa di Flatbush, dove tenne numerosi ricevimenti ai quali invitò tutti i suoi conoscenti, parenti compresi, accogliendo questi ultimi con il sorriso nonostante avessero tentato di farlo rinchiudere in manicomio.
Alcuni parteciparono per curiosità, altri per dovere: ma tutti rimasero esterrefatti dalla cortesia e dalle buone maniere di quello che si giudicava un inguaribile eccentrico.
Suydam annunciò a tutti di aver finalmente concluso il lavoro che si era prefisso e che, avendo ereditato da poco i beni di un suo defunto amico in Europa, del quale si era praticamente scordato, intendeva trascorrere i suoi ultimi anni come se stesse vivendo una seconda primavera, perché una maggiore cura della propria persona, il riposo e la dieta gli avevano restituito la giovinezza.
Le sue visite a Red Hook divennero sempre più rare, ed invece cominciò a frequentare la buona società cui apparteneva per estrazione sociale.
I poliziotti notarono nel contempo un cambiamento nelle abitudini dei delinquenti che, anziché riunirsi nello scantinato di Parker Place, presero ad incontrarsi nella chiesa sconsacrata adibita a sala da ballo, anche se gli edifici della zona che Suydam aveva affittato non erano stati ancora ripuliti dagli elementi sospetti.
In seguito due avvenimenti, forse collegati, suscitarono molto interesse in Malone.
Il primo fu l’annuncio, pubblicato sull’Eagle, del fidanzamento di Robert Suydam con la signorina Cornelia Gerritsen di Bayside, una giovane di ottima posizione sociale e lontana cugina dell’anziano professore.
Il secondo fu l’irruzione della polizia nella sala da ballo, in seguito alla segnalazione di qualcuno che aveva visto dalle finestre a pianterreno uno dei bambini rapiti.
Malone aveva voluto far parte dell’azione e, quando era entrato  all’interno, aveva esaminato scrupolosamente il posto.
Non si trovò nulla – non c’era anima viva – ma il suo sesto senso di celta gli comunicò che c’era qualcosa di strano, lì dentro.
L’ex chiesa era ornata da dipinti di una tale rozzezza, da disturbarlo intimamente; raffiguravano volti di santi dall’espressione  palesemente mondana e crudele, ed in certi punti indugiavano in atteggiamenti così equivoci che riuscivano ad offendere persino un laico.
In particolare, Malone fu turbato da un’iscrizione in greco apposta sulla parete di fronte al pulpito, che descriveva un antico incantesimo a lui noto fin dall’epoca dell’università a Dublino il quale, nella traduzione letterale, recitava così: O compagna e amante della notte, tu che gioisci quando ululano i cani ed il caldo sangue è versato, tu che vaghi con i fantasmi fra i sepolcri, tu che hai sete di sangue e trafiggi con gelido terrore il cuore dei mortali, Gorgo, Mormo, luna dai mille volti, volgi propizio il tuo occhio sul  nostro sacrificio! Nel leggere quell’epigrafe (4), Malone rabbrividì, e ripensò vagamente alle basse e sostenute note d’organo, che gli era parso di udire nella chiesa durante alcune notti, provenienti dal sottosuolo.
Un nuovo brivido lo prese osservando la ruggine o comunque le chiazze brune, che incrostava il bordo di un bacile di metallo lasciato sull’altare e, quando avverti un lezzo micidiale esalare lì vicino, fu agitato da un improvviso nervosismo.
Stava di nuovo pensando all’organo.
Prima di uscire, esaminò attentamente il seminterrato.
Quel luogo gli risultava insopportabile, ma quei dipinti e quelle epigrafi blasfeme, non erano in fondo il semplice frutto dell’ignoranza di gente superstiziosa? Quando Suydam aveva annunciato il proprio matrimonio, si era verificata una vera ondata di rapimenti di bambini che aveva sconvolto l’intera città.
In maggioranza si trattava di bambini poveri, ed il numero crescente delle scomparse aveva scatenato un vero furore.
I giornali chiedevano l’intervento della polizia, e il distretto di Butler Street inviò nuovamente i suoi uomini a Red Hook, ad indagare ed acciuffare i responsabili.
Anche Malone partecipò all’azione, distinguendosi per valore in un’irruzione dentro uno degli appartamenti di Parker Place affittati da Suydam.
Sul posto non c’era traccia di bambini rapiti, anche se qualcuno aveva sentito pianti ed urla, e sebbene fosse stata trovata una sciarpa rossa nei dintorni.
Ma i dipinti e le epigrafi blasfeme che si vedevano sulle pareti, ed il rudimentale laboratorio chimico trovato in soffitta, convinsero l’ispettore di essere sulle tracce di qualcosa di tremendo.
Quei dipinti erano spaventosi: raffiguravano mostri orrendi di varia forma e grandezza, che scimmiottavano l’uomo in maniera  grottesca e indescrivibile.
Le iscrizioni erano in rosso, e scritte in diverse lingue: arabo, greco, latino ed ebraico.
Malone non poté decifrarle tutte, ma da quello che capì, doveva trattarsi di formule misteriche e cabalistiche.
Una frase in greco ellenistico ebraicizzato, ritornava sistematicamente, e ricordava le più tremende invocazioni ai demoni risalenti alla tarda epoca alessandrina: HEL – HELOYM – SOTHER – EMMANVEL – SABAOTH – AGLA – TETRAGRAMMATON –  AGYROS – OTHEOS – ISCHYROS – ATHANATOS – IEFIOVA – VA – ADONAI – SADAY –  HOMOVSION – MESSIAS – ESCHEREHEYE (5) Inoltre, vi erano ovunque circoli e pentagrammi, di certo espressione delle misteriose credenze di quelli che abitavano in quel sudicio stabile.
Ad ogni modo fu in cantina che venne rinvenuta la cosa più bizzarra: una montagna di autentici lingotti d’oro, nascosti da un telo, che recavano incisi gli stessi caratteri criptici disegnati sulle pareti.
Al momento dell’irruzione, la polizia trovò debole resistenza da parte di quegli strani orientali, che uscivano dalle stanze come mosche.
Dal momento che non venne scoperto nulla di rilevante, si dovette lasciare tutto così com’era, ma il comandante del distretto inviò a Suydam una nota in cui lo avvertiva di scegliere con più cura i propri inquilini e protetti, perché la gente cominciava a mormorare seriamente.
5.
In giugno, ebbe luogo il matrimonio più sensazionale dell’anno.
A mezzogiorno, Flatbush era tutto in festa; le stradine intorno alla vecchia chiesetta olandese erano state invase da automobili imbandierate: un corteo continuo dall’ingresso alla carreggiata.
A Flatbush non ci fu mai più un evento così fastoso ed importante come il matrimonio Suydam-Gerritsen; gli ospiti che accompagnarono gli sposi fino al molo di Cuniard uscivano tutti dal meglio della buona società.
Alle cinque, la coppia aveva già salutato amici e parenti, ed il magnifico transatlantico sul quale si erano imbarcati si stava staccando lentamente dal porto.
Quando ebbe volto la prua verso il mare aperto, scivolò sugli spazi sterminati dell’oceano, diretto ai fasti del Vecchio Mondo.
A notte doppiò il porto esterno e i passeggeri rimasti ancora alzati poterono ammirare lo sfavillio delle stelle sull’oceano incontaminato.
Nessuno saprà mai se fu prima la vecchia vaporiera oppure l’urlo, a richiamare l’attenzione di tutti.
è molto probabile che gli eventi furono simultanei, ma non potremo mai stabilirlo con sicurezza.
L’urlo proveniva dalla cabina di Suydam.
Il marinaio che abbatté l’uscio a spallate avrebbe potuto rivelare cose sconvolgenti,  se solo non fosse uscito di senno.
Strillò invece, anche più forte delle vittime, e dopo si mise a correre impazzito per tutta la nave finché non fu preso ed immobilizzato.
Il medico di bordo che entrò nella cabina pochi minuti dopo, ed accese la luce, probabilmente non impazzì, ma di sicuro non raccontò ad altri ciò che aveva visto, eccettuato Malone, col quale ebbe uno scambio di lettere a Chepachet.
Si trattava di omicidio – strangolamento, per l’esattezza – ma è superfluo specificare che il segno dell’artiglio che aveva soffocato la signora Suydam non poteva essere del marito, o meglio,  non poteva appartenere ad una mano umana, e sul muro bianco era comparsa per pochi secondi una spaventosa scritta rossa, in carattere caldei: LILITH.
Il dottore la vide per un attimo, e la trascrisse a memoria.
Quest’ultimo particolare, tuttavia, non ebbe alcuna rilevanza, visto che scomparve subito.
Quanto a Suydam, si tentò di allontanare i curiosi dalla cabina finché non si fosse trovata una spiegazione plausibile del fatto.
A Malone il medico non disse di aver visto la cosa; dichiarò, invece, di aver notato uno strano chiarore fosforescente, prima di accendere la luce, sopra l’oblò aperto della cabina.
Per un istante, aveva avuto l’impressione di udire nella notte delle risa diaboliche, ma non aveva visto nessuno in carne ed ossa.
A riprova delle proprie dichiarazioni, sottolineò la sua indiscutibile sanità mentale.
Intanto, il vapore sconosciuto aveva attirato l’attenzione generale.
Se ne era staccata una scialuppa, ed una frotta di uomini sudici ed arroganti, vestiti come ufficiali, erano sciamati a bordo della nave che, nel contempo, aveva spento i motori.
Chiedevano  di Suydam o della sua salma.
Erano venuti a conoscenza della sua partenza e, per qualche arcano motivo, avevano immaginato che sarebbe morto.
Sul ponte di comando si era scatenato un putiferio: tra il racconto del medico e le domande pressanti della ciurmaglia del vapore, neppure il lupo di mare dotato di maggior buon senso avrebbe saputo cosa fare.
Poi, tutto d’un tratto, il capo di quella ciurmaglia, un arabo con un’orribile bocca negroide, prese dalla tasca un foglio sudicio e lo tese al capitano.
Il foglio recava la firma di Robert Suydam, e conteneva il seguente messaggio misterioso: Se dovesse capitarmi un incidente improvviso, o se dovessi morire, vi prego di consegnare il mio corpo senza fare domande al latore della presente ed ai suoi.
Per me, ma forse anche per voi, dipenderà tutto dal vostro assenso.
Avrete chiarimenti successivamente: per adesso non mi tradite.
Robert Suydam Il capitano ed il medico di bordo si lanciarono uno sguardo d’intesa, ed il dottore bisbigliò qualcosa all’ufficiale.
Alla fine rispettarono la richiesta, nonostante fossero molto perplessi, e guidarono gli stranieri alla cabina di Suydam.
Mentre quei bizzarri marinai entravano dentro, il medico consigliò al comandante di voltare la faccia, e si sentì sollevato solamente quando se ne furono andati tutti, al termine di lunghi preparativi, con il loro fagotto.
La salma venne avvolta nei lenzuoli della cuccetta, ed il dottore si rallegrò che non fosse visibile; gli uomini la calarono giù dalla murata e la portarono sul loro vapore lasciandola ben coperta.
Il Cunarder riattivò i motori, ed il medico e il suo assistente tornarono nella cabina nel caso ci fosse qualche cos’altro da fare.
E il dottore si vide costretto a tacere di nuovo, perché ciò che era accaduto aveva del mostruoso.
Quando il suo aiutante gli domandò perché aveva tolto tutto il sangue al corpo della signora Suydam, lui non negò di averlo fatto, e non disse neanche nulla a proposito della sparizione dei flaconi che avrebbero dovuto trovarsi sugli scaffali, o a proposito dell’odore che veniva dal lavandino a riprova del fatto che il loro contenuto originario era stato svuotato velocemente lì dentro.
Le tasche di quegli uomini – se si potevano considerare tali – erano stranamente gonfie, quando avevano lasciato la nave.
Due ore dopo, la radio comunicò al mondo tutto ciò che si poteva sapere su quel fatto orrendo.
6.
Nella medesima sera di giugno, Malone, all’oscuro della faccenda  del transatlantico, gironzolava senza meta per i vicoli di Red Hook, in preda ad un inspiegabile senso di soffocamento.
Nel quartiere covava un’evidente eccitazione.
Come se un telegrafo senza fili avesse comunicato loro che era successa una cosa eccezionale, gli abitanti del posto si erano radunati in attesa sia davanti alla chiesa divenuta sala da ballo, sia davanti agli scantinati di Parker Place affittati da Suydam.
Si erano verificate da poco nuove scomparse di bambini – tre bambini norvegesi dagli occhi azzurri che abitavano sulla strada per Gowanus – e a quanto pareva s’era radunata una folla di possenti “vichinghi” del quartiere in atteggiamento minaccioso.
Erano settimane che Malone premeva i colleghi affinché dessero una bella ripulita a quel posto e questi, alla fine, persuasi da fatti molto più solidi delle semplici supposizioni di un detective visionario irlandese, si prepararono ad un’azione di forza.
A farli muovere erano state l’agitazione ed un vaga minaccia che incombevano quella notte nel quartiere, cosicché, verso mezzanotte, una squadra d’assalto formata da uomini provenienti da ben tre distretti di polizia, arrivò in Parker Place sparpagliandosi anche nei dintorni.
Sfondarono le porte ed arrestarono i vagabondi, e fuori dalle case illuminate con le candele si riversarono inimmaginabili orde di stranieri di ogni razza, in lunghe tuniche ricamate,  mitrie e altri costumi mai visti.
Nella confusione uscì fuori anche una miriade di stranissimi oggetti.
Gran parte di questi, purtroppo, venne smarrita in quanto vennero gettati in tutta fretta in fumaioli dei quali si ignorava l’esistenza.
L’incenso bruciato copriva, invece, gli odori che avrebbero potuto rivelare qualche oscura pratica.
Tuttavia, si trovarono schizzi di sangue ovunque, e Malone rabbrividì nel vedere un tripode, probabilmente un altare, che emanava ancora del fumo.
Avrebbe desiderato avere il dono dell’ubiquità, ma quando gli dissero che la sala da ballo era vuota, decise per il seminterrato  di Suydam.
Nell’appartamento – rifletté – doveva essere rimasta qualche traccia del culto cui si era messo di certo a capo lo studioso di esoterismo.
Allora si precipitò con ansia in quelle stanze muffite, dove si sentiva un odore di tomba, e trovò dei volumi curiosi, degli oggetti insoliti, dei lingotti d’oro e bottiglie con il tappo di vetro sparse alla rinfusa dovunque.
D’un tratto, gli passò tra i piedi un magro gatto bianco e nero, rovesciando un calice che conteneva ancora del liquido rosso.
Malone rimase terrorizzato, e si interroga tutt’oggi sulla realtà dell’avvenimento, ma in sogno gli appare in continuazione quel gatto che fugge, che cambia forma orribilmente, e sembra  dotato di strane facoltà.
Alla fine arrivò davanti alla cantina: vedendo che l’uscio era chiuso, cercò qualcosa per forzare la serratura.
Notò un pesante sgabello: con quello il legno fradicio della porta avrebbe immediatamente ceduto.
Infatti spaccò subito un pannello, e poi allargò il buco; in pochi secondi cedette tutta la porta, crollando, però, come spinta dalla parte opposta.
In quella si levò una folata travolgente d’aria fredda, trascinando con sé tutti gli orrori di quell’abisso senza fondo, dal quale si sprigionò una potenza risucchiante che non poteva appartenere né al cielo né alla terra.
Avvinghiandosi intorno al corpo dell’impietrito detective come una specie di ventosa senziente, lo attirò sull’orlo della voragine e lo portò nell’abisso giù con lei, facendolo  cadere attraverso spazi immensi che risuonavano di gemiti,  bisbigli e risate diaboliche.
Lui sapeva che non era stato un sogno, come volevano fargli credere i dottori, solo che non poteva dimostrarlo.
Se lo fosse stato – e quanto lo avrebbe preferito – la vista di caseggiati decrepiti e di truci facce straniere non gli avrebbe straziato l’anima.
Ciò che gli successe, invece, gli parve orrendamente vero, e nulla potrà mai cancellare dalla sua mente la visione di quelle cripte oscure, di quei colonnati ciclopici, e di quelle forme titaniche rigurgitate dagli abissi che venivano avanti a passi lenti, silenziose, afferrando creature mutilate, divorate a metà, le cui parti ancora vive imploravano pietà, o che ridevano isteriche dalla pazzia.
Incenso e putridume si confondevano in un miscuglio di odori pestilenziali, e il buio si gonfiava di forme nebulose, appena visibili,  di esseri primordiali, senza concretezza alcuna ma dotati di occhi.
Un’acqua torbida ed oleosa, della quale non si capiva la provenienza, sciabordava su moli d’onice, ed i rintocchi spaventosi di campane stonate salutarono l’avvicinarsi di una creatura nuda dalla pelle fosforescente, che sogghignava e veniva a nuoto verso riva, quindi si arrampicava, ed infine si accovacciava su un piedistallo d’oro visibile sullo sfondo.
Strade di un’oscurità perpetua si stendevano in tutte le direzioni: in quel luogo fermentava un contagio che avrebbe ammorbato ed inghiottito tutte le città, appestando le nazioni intere col lezzo pestilenziale di un morbo ignoto.
I peccati dell’intero universo si erano concentrati lì e, al pulsare di crescenti ritmi blasfemi, era iniziata la danza macabra della morte che avrebbe corrotto tutti gli uomini, fino a degradarli a fungosità giganti, troppo mostruose persino per essere accolte nei sepolcri.
Era lì che Satana apriva la sua corte babelica, e che gli arti lebbrosi della fosforescente Lilith venivano aspersi col sangue di fanciulli innocenti.
Incubi e Succubi innalzavano le loro lodi ad Ecate, e mostri privi di testa rivolgevano le loro invocazioni alla Grande Madre.
Capri danzavano ad un ritmo infernale di flauti, e neri avvoltoi andavano a caccia di fauni deformi, somiglianti a rospi dal ventre gonfio, braccandoli senza sosta sui dirupi scoscesi.
Neppure Moloch ed Astaroth mancavano, poiché non esistevano  più i legami con la coscienza nell’essenza stessa della dannazione, e l’immaginazione umana poteva sbizzarirsi in spettacoli di vario orrore ed aprirsi su dimensioni proibite plasmate dal potere del Male.
Il mondo e la natura non potevano respingere quegli attacchi giunti dagli abissi notturni che si erano spalancati, e nessun ordine, nessuna preghiera poteva arrestare quelle oscene orge da Notte di Valpurga, alle quali era stato un sapiente in possesso della nefanda chiave a dare inizio, quando aveva trovato la setta in possesso dello Scrigno di tutte le conoscenze appartenuto ai demoni.
Inaspettatamente, un raggio di luce rischiarò quel posto spettrale, e Malone udì un battito di remi risuonare in quel covo di creature infernali che avrebbero dovuto essere morte e sepolte.
Qualche minuto dopo, giunse una barca con una lanterna a prua; non appena fu in vista, si ormeggiò ad un anello di ferro della sporca banchina, rovesciando a riva numerosi uomini dalla pelle scura che trasportavano un lungo fagotto in un lenzuolo.
Poi lo adagiarono davanti all’essere nudo e fosforescente accucciato  sul trono d’oro, e la creatura rise, sfiorando il lenzuolo con una zampa.
Allora gli uomini rimossero il lenzuolo e posarono sullo scanno il corpo di un vecchio corpulento dalla barba sfatta ed i capelli spettinati.
La creatura fosforescente ridacchiò di nuovo, e gli uomini che erano venuti avanti, versarono sulle sue zampe il contenuto delle bottiglie che portavano nelle tasche; quelli che erano rimasti indietro, gli porsero invece le loro bottiglie perché ne bevesse.
D’un tratto, da una di quelle strade senza fine, provenne il suono maledetto e sibillante di un organo, che fece cessare le risate diaboliche con le sue note basse, gracchianti e lugubri.
In pochi attimi, tutti gli esseri formicolanti si elettrizzarono, si unirono fulmineamente in corteo, e sciamarono come un incubo verso la fonte del suono – era una processione di demoni, satiri, incubi, succubi e lemuri, rospi ripugnanti ed informi elementali, esseri ululanti dalla faccia canina e silenziosi abitatori della notte – seguendo quell’abominazione nuda e fosforescente precedentemente seduta sul suo scanno d’oro, che adesso avanzava solennemente portando tra le braccia la salma dallo sguardo vitreo del vecchio.
Gli ibridi meticci danzavano, mentre il corteo si agitava ed eccitava nella frenesia di un rapimento estatico.
Malone, che era lì vicino, osservava come paralizzato, sconvolto e allucinato, insicuro della propria realtà sia in quello che in un altro mondo.
Alla fine girò le spalle, vacillò e cadde come un sacco sulla fredda pietra; arrancò tremando, mentre quell’organo maledetto seguitava a gracchiare e le urla ed i battiti di tamburo di quell’assurdo corteo si allontanavano progressivamente.
Era cosciente solo parzialmente delle mostruosità salmodianti e degli odiosi gracidii che udiva in lontananza.
A tratti, riecheggiando nelle arcate tenebrose, gli giungeva alle orecchie un gemito o un lamento di quel delirio collettivo, scatenato dall’orrenda litania in lingua greca da lui letta nella sala da ballo, che veniva recitata in quel momento: O compagna e amante della notte, tu che gioisci quando ululano i cani (qui un ululato spaventoso) ed il caldo sangue è versato (grida morbose, gorgoglii indescrivibili), tu che vaghi con i fantasmi fra i sepolcri (un sussurro,  forse un sibilo), che hai sete di sangue e trafiggi con gelido terrore il  cuore di mortali (grida acutissime da cento gole), Gorgo (ripetuto in  risposta), Mormo (ripetuto in estasi), luna dai mille volti (gemiti e  suono di flauti), volgi propizio il tuo occhio sul nostro sacrificio! Al termine del salmo, si levò un urlo collettivo, ed i sibili delle creature sovrastarono le note basse e gracchianti dell’organo.
Seguì un rantolare affannoso che pareva uscire da mille gole, insieme ad una babele di parole lamentose somiglianti a latrati: “Lilith, grande Lilith, ecco il tuo Sposo!”.
Altri ululati, frastuono, e poi i passi cadenzati e svelti di qualcuno che correva.
Passi che si avvicinavano, e Malone si alzò sui gomiti per vedere.
La gigantesca catacomba, che prima era molto buia, venne illuminata da un chiarore, ed in quella luce infernale apparve un essere vacillante che in verità non avrebbe dovuto vacillare, né tantomeno sentire e respirare… era il cadavere dallo sguardo vitreo, livido e corpulento, del vecchio, perché qualche incantesimo  diabolico, realizzato mediante il rito appena celebrato, lo aveva rianimato.
Gli veniva dietro ridendo l’essere nudo  fosforescente che precedentemente sedeva sullo scanno e, ad una certa distanza, seguivano anch’essi di corsa, i meticci e tutta quella massa di orrende abominazioni.
Il morto guadagnava terreno sui suoi inseguitori, e pareva protendersi verso una mèta specifica, perché si stava flettendo con tutti i muscoli del suo corpo in decomposizione verso quello scranno d’oro, che doveva avere certamente una grande importanza esoterica.
Il cadavere raggiunse in poco tempo la mèta, ed intanto la massa urlante cercava freneticamente di fermarlo.
Ma ormai era troppo tardi: con un estremo sforzo che gli lacerò tutti i tendini e che provocò la fuoriuscita della gelatina putrescente  di cui era fatto, il cadavere dallo sguardo vitreo, che un tempo  era Robert Suydam, raggiunse il proprio obiettivo e la vittoria.
Lo scatto che aveva compiuto aveva richiesto una forza terribile, però era servito allo scopo: mentre il cadavere si scioglieva in una chiazza molliccia di putridume, lo scanno che ne aveva subito la spinta si mosse e vacillò, staccandosi alla fine dal suo piedistallo d’onice e precipitando nelle torbide acque sottostanti.
Prima di essere ingoiato dagli insondabili abissi del  Tartaro, il suo oro luccicò per un’ultima volta.
Ed in quell’istante, davanti agli occhi increduli di Malone, l’intero teatro degli orrori scomparve nel nulla, e lui svenne, mentre uno schianto seguito da un boato spazzava via quell’intero  universo del male.
7.
Il sogno che Malone aveva fatto prima di venir informato della morte di Suydam e del trafugamento della sua salma, fu accompagnato da altre circostanze misteriose, anche se nessuno è tenuto a credervi.
I tre appartamenti di Parker Place, già da tempo in disfacimento, si schiantarono al suolo senza causa apparente, mentre al loro interno c’erano ancora molti poliziotti che avevano preso parte all’azione e diverse persone arrestate: morirono tutti sul colpo.
Solo chi si trovava in cantina e a pianterreno, riuscì a salvarsi.
Malone fu fortunato a trovarsi nel sotterraneo del seminterrato di Suydam.
Che fosse davvero lì, non può negarlo nessuno.
Fu ritrovato privo di sensi sul bordo di uno stagno nero come la pece, vicino ad un mucchietto ributtante di ossa e di carne in putrefazione, nel quale fu riconosciuto successivamente, grazie all’esame della dentatura, il corpo di Robert Suydam.
Il caso era risolto; lo stagno era senza alcun dubbio il canale nascosto utilizzato dai trafficanti di meticci, e la stessa strada seguita dagli uomini che avevano in custodia il cadavere di Suydam per riportarlo a casa.
Questi non vennero mai identificati,  e ancor meno ritrovati.
Il medico di bordo, tuttavia, non è perfettamente convinto delle semplici spiegazioni date dalla polizia.
Era chiaro che Suydam doveva essere a capo di una potente organizzazione di immigrazione clandestina, dal momento che il canale che arrivava a casa sua era solo uno dei tanti che furono scoperti nei dintorni.
Sotto la sala da ballo, si trovava un cunicolo che portava dalla sua abitazione alla cripta della chiesa, alla quale si poteva accedere unicamente passando per un piccolo passaggio segreto posto nella parete nord, e nelle cui camere furono  rinvenuti alcuni oggetti insoliti e spaventosi.
Vi trovarono l’organo gracidante, una cappella con inginocchiatoi di legno, ed un altare con delle misteriose scritte.
I muri della cripta comunicavano con delle piccolissime nicchie, in diciassette delle quali – è arduo raccontarlo – c’erano dei prigionieri incatenati e ormai preda della follia, dei quali quattro erano madri con i loro bambini, dall’aspetto spaventoso e deforme.
I bimbi morirono non appena furono portati all’aperto, un fatto che in verità fu una fortuna, per loro, a sentire i medici.
Tra coloro che li esaminarono, nessuno si ricordò della  conturbante domanda posta dal vecchio Delrio: An sint unquam daemones incubi et succubae, et an ex tali congressu proles enascia queat?.
(8) Prima di coprirli, i canali furono attentamente dragati, e venne fuori un numero pazzesco di ossa rotte e segate di ogni dimensione.
Vennero così spiegati i rapimenti dei fanciulli, anche se fu possibile incriminare soltanto due persone.
Lo scanno d’oro di cui Malone aveva parlato più volte non fu mai ritrovato, sebbene uno dei canali dell’appartamento di Suydam fosse così profondo da non consentire il dragaggio.
Quando avevano costruito le cantine dei nuovi appartamenti, era stato ostruito all’entrata e quindi cementato, ma Malone si chiedeva di frequente che cosa giacesse mai là sotto.
La polizia, contenta di aver messo le mani su una pericolosa banda di trafficanti di meticci, affidò gli adepti curdi della setta Yezidi degli adoratori del demonio ai federali, visto che non fu possibile accusarli formalmente di nulla.
Il vapore e la sua ciurmaglia restarono un mistero, nonostante la vigilanza continua degli impavidi investigatori che combattono incessantemente il contrabbando di alcoolici e  l’immigrazione clandestina.
Secondo Malone, questi investigatori sono troppo pochi, oltre a non essere sufficientemente motivati a fare luce su numerosi dettagli di quella vicenda poco chiara.
Inoltre è prevenuto verso i giornali, poiché misero in risalto solamente il lato morboso della faccenda e dichiararono che ci si trovava di fronte ad un piccolo gruppo di sadici, anziché ammettere che si trattava di un male che minava il cuore stesso dell’universo.
In tutti i modi, è ben felice di starsene isolato a Chepachet a curare i nervi, e spera che il tempo releghi nel limbo mitico e pittoresco dei sogni remoti la sua tremenda esperienza.
Robert Suydam è seppellito vicino alla moglie nel cimitero di Greenwood.
Nessun funerale fu celebrato per le sue ossa venute così stranamente alla luce, ed i parenti si rallegrano della rapidità con la quale l’intera vicenda venne dimenticata.
I rapporti tra lo studioso ed i fatti spaventosi di Red Hook non vennero mai accertati con sicurezza, poiché la sua morte pose fine all’inchiesta che altrimenti lo avrebbe coinvolto.
La vera causa del suo decesso è rimasta nel vago, ed i Suydam preferiscono pensare a lui come ad un eccentrico, dall’animo sensibile, che si interessava bonariamente di magia e di folklore.
Quanto a Red Hook, non è affatto cambiato.
Suydam vi arrivò  e se ne andò, ed un morbo malvagio vi nacque e si spense: ma il tenebroso spirito della notte si aggira ancora tra i meticci che abitano in quei decrepiti fabbricati di mattoni e tra le bande criminali.
Quando passa per caso un visitatore, vengono ancora chiuse le tende delle finestre, dietro le quali appaiono fugacemente  volti torvi e brillano strane luci.
L’orrore primordiale è un’Idra dalle cento teste, e i culti delle tenebre affondano le loro radici in abissi più profondi del pozzo di Democrito.
Lo spirito della Bestia è imperituro e vittorioso, e le processioni di Red Hook – quei giovani dagli occhi velati e dalla faccia rovinata – seguitano a salmodiare, a peccare e a gridare, mentre sprofondano di abisso in abisso, verso una meta ignota, spinte da cieche leggi genetiche che non saprebbero neppure comprendere.
Sono più quelli che arrivano, di quelli che lasciano Red Hook via terra, e già si riodono voci echeggiare in nuovi canali sotterranei che finiscono in certi nascondigli in cui si fa contrabbando di liquori e di altre cose irripetibili.
La chiesa è stata adibita a sala da ballo permanente, ed alle sue finestre, di notte, appaiono  loschi figuri.
Ultimamente un poliziotto ha affermato con sicurezza che la cripta è stata riaperta per scopi molto poco chiari.
Ma come si fa a lottare contro morbi più antichi della storia dell’uomo? Le scimmie, in Asia, danzavano dinanzi a quegli orrori, e tra i muri di mattoni sconnessi, dove si celano ombre furtive, il cancro attecchisce e si propaga tranquillo.
Se Malone ha addosso i brividi, ne ha ben ragione: proprio l’altro giorno, difatti, un poliziotto ha udito per caso una meticcia  dagli occhi a mandorla insegnare ad un bambino certe parole in  dialetto bisbigliate all’ombra di un cortile.
Tendendo meglio  l’orecchio, gli è parso piuttosto strano che la vecchia le ripetesse  fino alla nausea: O compagna e amante della notte, tu che gioisci quando ululano i cani ed il caldo sangue è versato, tu che vaghi con i fantasmi fra i sepolcri, che  hai sete di sangue e trafiggi con gelido terrore il cuore dei mortali,  Gorgo, Mormo, luna dai mille volti, volgi propizio il tuo occhio sul  nostro sacrificio!