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mercoledì 10 giugno 2015

ADAMO E NIENTE EVA (Racconto di Alfred Bester)

ADAMO E NIENTE EVA, di Alfred Bester




Crane sapeva che quella doveva essere la costa. L'istinto glielo diceva, ma più che l'istinto, glielo dicevano i pochi frammenti di conoscenza che si tenevano aggrappati al suo cervello sconvolto e febbricitante, le stelle che erano apparse nella notte attraverso i rari squarci delle nubi e la sua bussola che puntava ancora un ago tremante verso nord. Quella era la cosa più strana di tutte, pensò Crane. Malgrado dovunque regnasse il caos, la Terra aveva conservato i suoi poli.
Non c'era più una costa, non c'era più alcun mare. Soltanto la linea appena accennata di quella che era stata una scogliera si stendeva a nord e a sud per interminabili miglia. Una linea di grigie ceneri. Le stesse ceneri e scorie che si stendevano dietro di lui; le stesse ceneri grigie che si stendevano davanti a lui. Il limo sottile, impalpabile, che lo faceva sprofondare fino al ginocchio, sollevandosi turbinando a ogni movimento, soffocandolo. Ceneri che si addensavano in nuvole possenti, correndo per il cielo quando soffiava il vento impazzito. Ceneri che s'impastavano in un fango vischioso quando scrosciavano le frequenti piogge.
Sopra la sua testa il cielo era color ebano. Le nubi nere correvano alte ed erano perforate qua e là da lame di luce solare che sciabolavano rapide sopra la Terra. Là dove la luce batteva sopra una tempesta di cenere, si creava una danza di particelle scintillanti. Là dove attraversava la pioggia, nascevano mille arcobaleni. Cadeva la pioggia; soffiavano tempeste di ceneri; lame di luce penetravano fino al suolo... tutto ciò insieme, o contemporaneamente, un continuo incastro di violenza, bianco e nero. Così era stato per mesi. Così era sopra ogni singolo chilometro quadrato dell'intera Terra.
Crane oltrepassò l'orlo della scogliera calcinata e cominciò a scivolar giù lungo un pendio uniforme che un tempo era stato il letto dell'oceano.
Aveva viaggiato tanto a lungo che era incapace, ormai, di provar dolore. Si fece forza coi gomiti e trascinò il suo corpo in avanti. Poi portò il ginocchio destro sotto di sé e spinse di nuovo in avanti i gomiti. Ginocchio, gomiti, ginocchio, gomiti... aveva dimenticato che cosa significava camminare.