ADAMO
E NIENTE EVA, di Alfred Bester
Crane
sapeva che quella doveva essere la costa. L'istinto glielo diceva, ma
più che l'istinto, glielo dicevano i pochi frammenti di conoscenza
che si tenevano aggrappati al suo cervello sconvolto e febbricitante,
le stelle che erano apparse nella notte attraverso i rari squarci
delle nubi e la sua bussola che puntava ancora un ago tremante verso
nord. Quella era la cosa più strana di tutte, pensò Crane. Malgrado
dovunque regnasse il caos, la Terra aveva conservato i suoi poli.
Non
c'era più una costa, non c'era più alcun mare. Soltanto la linea
appena accennata di quella che era stata una scogliera si stendeva a
nord e a sud per interminabili miglia. Una linea di grigie ceneri. Le
stesse ceneri e scorie che si stendevano dietro di lui; le stesse
ceneri grigie che si stendevano davanti a lui. Il limo sottile,
impalpabile, che lo faceva sprofondare fino al ginocchio,
sollevandosi turbinando a ogni movimento, soffocandolo. Ceneri che si
addensavano in nuvole possenti, correndo per il cielo quando soffiava
il vento impazzito. Ceneri che s'impastavano in un fango vischioso
quando scrosciavano le frequenti piogge.
Sopra
la sua testa il cielo era color ebano. Le nubi nere correvano alte ed
erano perforate qua e là da lame di luce solare che sciabolavano
rapide sopra la Terra. Là dove la luce batteva sopra una tempesta di
cenere, si creava una danza di particelle scintillanti. Là dove
attraversava la pioggia, nascevano mille arcobaleni. Cadeva la
pioggia; soffiavano tempeste di ceneri; lame di luce penetravano fino
al suolo... tutto ciò insieme, o contemporaneamente, un continuo
incastro di violenza, bianco e nero. Così era stato per mesi. Così
era sopra ogni singolo chilometro quadrato dell'intera Terra.
Crane
oltrepassò l'orlo della scogliera calcinata e cominciò a scivolar
giù lungo un pendio uniforme che un tempo era stato il letto
dell'oceano.
Aveva
viaggiato tanto a lungo che era incapace, ormai, di provar dolore. Si
fece forza coi gomiti e trascinò il suo corpo in avanti. Poi portò
il ginocchio destro sotto di sé e spinse di nuovo in avanti i
gomiti. Ginocchio, gomiti, ginocchio, gomiti... aveva dimenticato che
cosa significava camminare.